Dialetto romagnolo: segno di arretratezza culturale o prezioso arricchimento culturale?

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Al Centro Sociale Primavera di via Angeloni, 56 a Ca’Ossi di Forlì giovedì 19 marzo alle ore 20,30 ci sarà una divertente serata dialettale con Francesco Gobbi, comico-attore che presenterà “Anca e sumar u s invecia”, serie di monologhi e poesie in dialetto romagnolo da ridere ma non solo. L’ingresso è libero.

I dialetti costituiscono un serbatoio di parole e frasi a cui l’italiano attinge di continuo nel parlare di ogni giorno, che noi ce ne accorgiamo o meno. La simpatia e l’ironia di certi modi dire, le canzoni e le filastrocche in dialetto romagnolo hanno costituito un vero e proprio genere espressivo, e hanno dato un immagine divertente a quel carattere gioviale e aperto che distingue i romagnoli.

Una volta nel dialetto si usavano tante parole religiose per definire momenti negativi con frasi non offensive ma abbastanza irriverenti, ad esempio: ”Tan capess un os-cia!” (non capisci niente), “I ha scuvert tot i altarein” (ha scoperto le tresche amorose), ”Ma va’ in te dom!” (va a quel paese), “L’a fat un crest de signor (ha fatto un bel capitombolo), “Ad messa che tam fè” (che discorsi noiosi che mi fai). Senza dimenticare i tanti detti da “osteria” come ad esempio:  “Se t’vò stè ben, magna fort e be de’ven” se vuoi star bene, mangia molto e bevi vino. “Dop avé dbù ignún vô dí la su” dopo aver bevuto ognuno vuol dire la sua.

Ancora oggi se si parla romagnolo è anche grazie al ricchissimo folklore fatto di feste e sagre paesane e di rievocazioni. Il nostro dialetto si è trasmesso oralmente di padre in figlio e anche in forma scritta grazie all’opera tenace di diversi poeti romagnoli che continuano a farci vivere la nostra terra con i loro versi.

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