Ottant’anni fa, nella mia città, si tennero le prime Amministrative (un ottimo volume testé pubblicato a cura del Consiglio Comunale riporta in dettaglio tutti i dati fino ad oggi). Comunisti e socialisti ottennero oltre il 47% dei voti. Al secondo posto, con il 36,2% si collocò il partito repubblicano, egemone in città prima del fascismo, presentatosi insieme col partito d’azione. Era l’anomalia romagnola. Mio nonno Giuseppe Balzani era capolista dei repubblicani insieme con l’avvocato Angeletti, leader degli azionisti.
Nonostante i suoi 60 anni (allora erano tanti), Giuseppe ottenne un numero di preferenze secondo solo a quello di Franco Agosto, comunista, che poi sarebbe divenuto sindaco. Non si dedicò alla vita politica, però. Uno storico deputato socialista, Stefano Servadei, mi raccontò molto tempo dopo che il nonno era stato candidato perché mio padre, Guido, incline agli azionisti, impegnato nella Resistenza e assai più “trasversale” agli schieramenti, non ne aveva voluto sapere: così il nonno aveva drenato le preferenze che sarebbero più logicamente andate al babbo.
Il risultato fu che entrambi di fatto chiusero con quel voto i loro conti con la politica attiva. Di lì a poco la Repubblica l’avrebbero avuta, in fondo: in famiglia la si aspettava da almeno 100 anni.
Roberto Balzani