«Il 5 febbraio, in conferenza unificata, il governo ha licenziato la proposta di legge sui nuovi criteri di classificazione dei Comuni montani in attuazione della legge senza l’intesa delle Regioni. Una forzatura istituzionale grave, che ignora mesi di confronto e respinge tutte le richieste avanzate dai territori. Nonostante un parziale ampliamento dei parametri, il governo ha scelto di non considerare alcuna valutazione demografica e socioeconomica nella definizione della montanità, rinviando tali criteri a un decreto successivo. In altre parole: prima si riscrive l’elenco dei Comuni, poi, forse, si discuterà dei reali bisogni. Il risultato è un impianto confuso, che definisce la montagna solo sulla base di altimetria e pendenza, senza garantire che quei Comuni possano effettivamente accedere alle misure previste dalla legge» si legge in una nota del Pd regionale.
«Lo stesso testo dell’accordo ammette l’assenza di un’analisi di impatto. Si consente alle Regioni di utilizzare i fondi Fosmit anche per i Comuni storicamente montani ora esclusi e si mantengono in vigore agevolazioni precedenti ancora non censite. Anche il Mef ha evidenziato criticità i cui effetti non sono oggi quantificabili. È l’ennesimo provvedimento annunciato come risolutivo ma costruito senza una visione organica. Come dichiarato dal ministro Roberto Calderoli, l’obiettivo sarebbe concentrare le risorse, ferme a 200 milioni dal 2021, su una platea più ristretta. Ma il passaggio da 4.201 a 3.715 Comuni è numericamente marginale e territorialmente distorsivo: si creano contrapposizioni tra Alpi e Appennino, tra crinali e collina, invece di costruire politiche integrate tra montagna e pianura. Più che una riforma, un’operazione contabile» insistono i Dem.
«In Emilia-Romagna i nuovi criteri riconosceranno 99 Comuni montani rispetto ai 121 previsti dalla legge. Un saldo che penalizza in modo particolare la Città Metropolitana di Bologna, che perde 6 Comuni (-30,5%). Numeri che significano meno certezze per investimenti su sanità, scuola, imprese, lavoro, casa e infrastrutture. In una Regione in cui la montagna rappresenta il 40% del territorio, il ripopolamento dell’Appennino è una priorità strategica, sostenuta in questi anni da maggiori risorse e progettualità mirate. La proposta regionale sulla fiscalità incentivante per le aree montane appenniniche, approvata nel 2024, non è mai stata calendarizzata in Parlamento e non trova spazio nell’attuazione della legge. Un’occasione persa che conferma l’assenza di una vera strategia nazionale per le aree interne» argomentano gli esponenti del Pd.
«Di fronte a questa scelta, la Regione, in coerenza con le linee di mandato del Presidente Michele de Pascale e con l’incremento del 60% del Fondo montagna regionale nella legge di bilancio 2026/2028, ha annunciato che interverrà con risorse proprie per non lasciare indietro i Comuni esclusi e per salvaguardare l’equilibrio costruito in questi anni. Il Gruppo regionale del Partito Democratico oggi ha presentato una risoluzione in Aula dell’assemblea legislativa che chiede alla Giunta di attivarsi in ogni sede istituzionale per ottenere un’analisi puntuale degli impatti reali della proposta di legge e per correggere tempestivamente storture e inefficienze. Ribadiamo inoltre la necessità che le successive fasi di attuazione della legge siano finalmente condivise con Regioni ed enti locali, evitando ulteriori atti unilaterali. La montagna non può essere ridotta a una formula matematica né diventare terreno di propaganda. Servono risorse adeguate, criteri equi e una visione di sistema. Tutto ciò che, oggi, il governo continua a non mettere in campo» conclude il Pd.