Dino Amadori: quando la medicina e la scienza possono essere aiutate dai cittadini

Dino Amadori

Lunedì 9 marzo, poco più di dieci giorni fa, il funerale del professor Dino Amadori si è svolto, a causa delle disposizioni impartite per contrastare il diffondersi del coronavirus, senza la presenza dei tanti cittadini di Forlì e della Romagna che avrebbero seguito le esequie dello stimato medico, che con la sua umanità aveva conquistato i più al nobile scopo di combattere i tumori. Per ironia della sorte non è stato possibile dare l’estremo saluto in forma pubblica ad uno scienziato, che per tutta la vita ha combattuto contro una delle cause mortalità più diffuse, il cancro, a causa del propagarsi di un virus.

La rapida diffusione del Covid 19, per il quale, fino ad ora, la comunità scientifica internazionale non ha trovato un adeguato vaccino ha impedito l’omaggio che tanti che gli volevano tributare. Dino Amadori iniziò negli anni ’70 del secolo scorso a impegnarsi a favore della salute dei cittadini consapevole che il tema della salute nelle fabbriche e nelle campagne doveva affermarsi come uno degli elementi di fondo e qualificanti del movimento dei lavoratori che in quella fase storica iniziava a battersi non solo per avere stipendi adeguati ma per affermare i propri diritti sindacali e politici che nei luoghi di lavoro non erano minimamente riconosciuti. Amadori si mise a disposizione delle istituzioni locali e per diversi anni formò un sodalizio con l’allora assessore all’Igiene del Comune di Forlì Ileana Toffoli, sodalizio che fu foriero di intuizioni importanti nell’ambito del miglioramento delle condizioni di lavoro degli operai e dei contadini. Tanto che durante un convegno dal titolo “Il Comune e la salute nelle fabbriche e nelle campagne” che si svolse il 15 marzo 1974 l’assessore Toffoli sostenne che “in tre anni di funzionamento del Servizio di Medicina del Lavoro si sono fatti parecchi passi in avanti, grazie al rapporto dialettico istituitosi fra Comune, organizzazioni sindacali, lavoratori e cittadini” e sottolineò che in quella esperienza si tese “a fare della partecipazione uno dei fatti prevalenti”. Inoltre mise in risalto il fatto che il Centro di Medicina del Lavoro poté migliorare il proprio servizio con l’apporto della Provincia, che in quegli anni deteneva molte deleghe in ambito socio-sanitario, e dell’Ospedale Morgagni-Pierantoni dove Dino Amadori aveva iniziato la sua attività professionale.

Il Centro di Medicina del Lavoro fu costituito ex novo dalla Giunta comunale, presieduta dal sindaco Angelo Satanassi e formata da esponenti del Partito Comunista Italiano, del Partito Socialista Italiano e del Partito Socialista di Unità Proletaria, che si insediò nel 1970 in seguito alla vittoria alle elezioni amministrative dei partiti della sinistra, dopo una quindicina di anni di giunte di centro destra e tre anni di commissario prefettizio.
Proprio Amadori nel corso del convegno sopra citato fu autore di una relazione, che riletta oggi fa capire come avesse avuto già 46 anni fa la lungimiranza di capire che esisteva “sicuramente un chiaro rapporto causale fra un certo tipo di malattia riscontrato nei lavoratori forlivesi e i fattori nocivi presenti nell’ambiente stesso“. E aggiungeva: “Se esiste questo rapporto di causalità e se sono note le cause di malattia, ciò che deve qualificare una vera medicina preventiva è sicuramente la rimozione di queste cause. Il problema è certamente complesso – continuò Amadori – poiché implica questioni di ordine politico, economico, amministrativo, sindacale, sociale, organizzativo – per cui è necessario vi sia la responsabilizzazione a tutti i livelli, ma soprattutto dei lavoratori e delle rappresentanze sindacali. Il Centro di Medicina del Lavoro rappresenta un primo passo verso il superamento di un tipo di medicina per la quale la malattia è un aspetto del complesso rapporto fra uomo e ambiente per cui la tutela della salute deve essere patrimonio di tutti e non privilegio di pochi“.

Su questi presupposti si svilupparono interventi nelle principali aziende del forlivese che portarono, al pari di quello che avveniva a livello nazionale, al superamento del concetto di monetizzazione dei rischi per chi lavorava in ambienti inquinati e alla richiesta di miglioramento degli stessi attraverso interventi strutturali sugli ambienti. Così come il 20 febbraio del 1974 si svolse nella frazione forlivese di Branzolino un incontro destinato a cambiare lo scenario per la lotta contro il cancro allo stomaco che colpiva in modo inesorabile decine di occupati in agricoltura. Fu il primo incontro con i lavoratori della terra e gli operatori del Centro di Medicina del Lavoro, presenti l’assessore Ileana Toffoli e il dottor Dino Amadori. Fu tracciato un programma di intervento che prevedeva gli esami delle sostanze usate nei campi, le visite mediche e gli accertamenti diagnostici, mirati a rilevare l’effettivo rischio a cui andavano incontro i lavoratori agricoli nella loro attività quotidiana. Il tutto accompagnato da incontri specifici che si svolsero in gran numero in altre frazioni del territorio. Amadori non si sottrasse mai dal partecipare per far capire ai partecipanti la necessità di introdurre quelle norme di prevenzione necessarie a coloro che giornalmente manipolavano sostanze tossiche e nocive, come gli insetticidi del gruppo “estere fosforico” e i pesticidi vari. Con l’intervento campione nelle campagne di Branzolino, presa come zona dalle caratteristiche omogenee, e dai primi interventi programmati nelle fabbriche locali si gettarono le importanti premesse di un movimento che, come si sostenne allora, “nel concreto, giorno dopo giorno, deve costruire le basi su cui far sorgere il nuovo sistema sanitario”, come di fatto è avvenuto.

Saranno proprio queste attenzioni di Amadori nei confronti dei lavoratori, che inevitabilmente coinvolse anche il forte e ramificato mondo cooperativo locale, a spingere gran parte delle aziende locali a sostenere finanziariamente l’Istituto Oncologico Romagnolo (IOR) fin dalla sua costituzione in forma cooperativa avvenuta, su intuizione dell’avvocato Salvatore Lombardo il 18 luglio 1979, dopo che Dino Amadori ne aveva curato con successo la madre colpita da un tumore. Lo IOR è allo stato attuale una straordinaria organizzazione che opera su tutta la Romagna che all’inizio vide l’impegno determinate dello stesso Amadori e di Vittorio Tison (1936 – 1995), primario anatomo-patologo prima presso l’Ospedale di Faenza e poi a Cesena, e successivamente dei volontari, dei soci, dei consiglieri e degli altri presidenti (per il lungo periodo di presidenza e per l’apporto dato, oltre a Salvatore Lombardo, vanno citati Roberto Pinza e Sergio Mazzi).

Le cooperative romagnole hanno avuto un ruolo centrale anche nella ristrutturazione e nell’ampliamento dell’ex Ospedale di Meldola che è divenuto la sede dell’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori, altro progetto nato da un’intuizione di Dino Amadori e portato avanti inizialmente dall’IOR e poi dalle Istituzioni pubbliche locali e dalla Fondazione Cassa dei Risparmi. Le varie gare che si sono tenute per la realizzazione della sede attuale sono state di volta in volta vinte dal Conscoop, il Consorzio fra le Cooperative di Produzione e Lavoro di Forlì, che a sua volta ha assegnato i vari lotti alla Cooperativa Umanitaria di Forlimpopoli per i lavori edili e alla Cooperativa Idrotermica di Forlì per la realizzazione degli impianti di aerazione, mentre dall’avvio delle attività un ruolo importante lo svolge Formula Servizi che quotidianamente si occupa delle pulizie di un istituto che ha raggiunto un elevato standard di attività che si qualificano a livello nazionale.

Dino Amadori a chiusura del capitolo “La prevenzione primaria partecipativa” del suo libro “Anima e coraggio. La mia vita contro il cancro”, che nel giugno 2018 l’editore Minerva di Bologna ha dato alle stampe, ha scritto: “Abbiamo creato il Registro dei Tumori della Romagna; abbiamo studiato le cause del tumore più frequente nella nostra popolazione, il tumore dello stomaco; ci siamo impegnati nelle prevenzione secondaria, nei programmi di screening per i tumori; abbiamo affrontato la sfida della Medicina moderna, la personalizzazione delle cure, il trasferimento della ricerca alla pratica clinica creando in Romagna un Istituto Tumori: vogliamo anche una nuova epidemiologia, fondamento della prevenzione primaria, volta a individuare i meccanismi della malattia sfruttando le moderne opportunità della tecnologia genetica ed “esposomica”. Ma non inseguendo un mito scientista, bensì insieme alla gente, pensando che la salute sia una conquista di noi tutti: insieme, appunto“.
Sostenendo ciò Dino Amadori ha dimostrato ancora una volta una linearità di comportamento sempre rivolto dalla parte del malato con la consapevolezza che per sconfiggere la malattia, qualunque essa sia, occorre far star bene il mondo e non solo la singola persona. E il contributo dei cittadini è fondamentale. Una lezione anche per oggi!

Gabriele Zelli

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