Don Angelo Savelli: con i partigiani romagnoli contro gli invasori tedeschi

lapide partigiani

Con questo testo termina il racconto delle vicissitudini affrontate nel 1944 da don Angelo Savelli, parroco di Casale di Modigliana e comandante partigiano. Chi avesse ulteriori informazioni, soprattutto del dopoguerra, è pregato di inviarle a questa mail: gabriele.zelli@gmail.com.

Durante la sua permanenza a Roma don Savelli andò a fare visita alla redazione de “L’Unità”, giornale del ricostituito Partito Comunista Italiano; un fatto perlomeno insolito per un prete ma non sicuramente per il nostro, che nell’occasione fu anche intervistato. L’articolo contenente l’intervista fu pubblicato il 15 novembre 1944 e la Federazione Provinciale di Viterbo del P.C.I. ne utilizzò un estratto che fece stampare su volantino. Da una copia del volantino, acquistato da chi scrive sul sito eBay, trascrivo il testo del documento di sicuro interesse storico che fotografa la realtà di quel momento quando in tanti, indipendentemente dalle ideologie politiche, miravano a risolvere i gravi problemi del periodo lavorando in modo unitario.

Il primo patriota Romagnolo venutoci a trovare al giornale dopo la Liberazione di Forlì è stato don Angelo Savelli, parroco della chiesa di S. Maria in Casale di Modigliana. Don Angelo che veste l’uniforme di cappellano militare dell’esercito ci racconta di essere stato in Russia col 162° ospedale da campo della Divisione “Vicenza”.
Dal dicembre 1942 eravamo sul Don. Ho partecipato a tutta la disastrosa ritirata della nostra Armata e posso dire che già da allora i nostri peggiori nemici erano i tedeschi. Non permettevano nemmeno che ci appoggiassimo alle loro slitte. Negavano ai nostri soldati feriti il caffè che essi buttavano via. Mi tolsero delle slitte sulle quali trasportavo i feriti. In testa alle interminabili colonne che ripiegavano erano sempre i tedeschi e in coda gli italiani. I tedeschi erano i veri nemici. Chi ci assisteva erano invece i russi. In ogni villaggio che attraversavamo la popolazione aveva sempre per noi italiani del cibo caldo. Le popolazioni sovietiche seguivano una direttiva del Maresciallo Stalin che diceva: proteggere ed assistere i resti dell’Armata italiana. E la popolazione russa veramente ci protesse e in ogni modo ci diede assistenza. In particolar modo io, in qualità di sacerdote, ero aiutato e rispettato dalla popolazione, mentre ai tedeschi dovevo nascondere la mia funzione di cappellano militare e fingere di essere medico“.

Il C.L.N. di Modigliana

Don Angelo ci parla del suo ritorno in Italia dove egli giunse con un piede congelato. L’8 settembre del ’43 egli si trovava in convalescenza al suo paese, Modigliana dove prese subito a lavorare attivamente contro i fascisti e i tedeschi, don Angelo è stato per tutto il periodo di questa lotta il presidente del C.L.N. di Modigliana.
Venni chiamato a diverse riprese in servizio della repubblica fascista. Ma invece sin dai primi giorni svolsi opera attiva contro i tedeschi sabotando i bandi e nascondendo coloro che erano ricercati dai fascisti e dai tedeschi. Appoggiai la formazione dei primi gruppi di patrioti e favorii con tutti i mezzi la loro organizzazione della 28° brigata “Garibaldi”. Durante la mia attività patriottica fui sempre a stretto contatto, sotto falso nome, con la federazione Comunista di Ravenna. La mia SAP (Squadra Azione Patriottica) formata di 16 uomini, lavorava attivamente per il Soccorso Rosso, potendo in tal modo dare continuamente il sussidio alle famiglie dei partigiani“.

I tedeschi fanno saltare la chiesa

Per questa sua attività ha subito persecuzioni? “Il 25 aprile 1944 nascosi nella parrocchia due aviatori americani che si erano salvati lanciandosi col paracadute. Arrivarono i tedeschi e i fascisti guidati dal Generale Cerra e dal console Santucci di Faenza. Eseguirono le perquisizioni della Chiesa e della mia abitazione continuamente parlando con irriverenza della religione e del Papa. Non riuscirono a trovare gli aviatori americani ma in casa mi trovarono due “Beretta”, un fucile, quattro bombe a mano e dei cimeli di guerra che io conservavo con il consenso dei Carabinieri di Modigliana. La sera, dopo ripetuti insulti e minacce di morte, mi inviarono a Forlì a disposizione delle SS. In carcere fui continuamente ingiuriato e maltrattato. Mi venne negato di recitare il breviario e di celebrare la messa. Mia madre, venuta a trovarmi, fu derisa ed insultata e non le fu concesso di vedermi.
Venni poi scarcerato per insufficienza di prove il 3 giugno e ritornai al mio paese dove venni accolto con grandi manifestazioni di affetto dai miei parrocchiani. Ma le persecuzioni ricominciarono, e nel pomeriggio del 29 settembre vennero a casa sei tedeschi per arrestarmi di nuovo. Riuscii a fuggire e venni inseguito a colpi di fucile. I tedeschi penetrarono nella Chiesa, asportarono tutto ciò che c’era di valore. Ritornarono ancora al paese la domenica seguente e, non avendomi trovato, minacciarono e insultarono la mia vecchia madre colpendola ripetutamente con calci e con pugni. Poi minarono la Chiesa e la casa canonica e l fecero saltare riducendo tutto a un cumulo di macerie. Prima di andare via presero a fucilate l’immagine del S. Padre e del Cuore di Gesù“.

Non ho parole per elogiare i comunisti

Lei che è stato presidente del C.L.N. Di Modigliana ci vorrà parlare dell’opera che i patrioti romagnoli hanno svolto contro i tedeschi?
La concordia tra i patrioti romagnoli di ogni fede politica e religiosa è stata veramente
meravigliosa. Io sono stato specialmente a contatto con i comunisti e non ho parole per elogiare il loro spirito organizzativo, i loro sacrifici e il loro coraggio e il loro amor di patria.
Tra i sacerdoti e i comunisti durante il periodo della lotta antitedesca c’è sempre stato il più grande affiatamento. Io ritengo che per il bene della nostra patria questa concordia dovrà sempre continuare“.

Lei sa che in certi paesi dell’Italia liberata qualche sacerdote fa in chiesa una attiva propaganda anticomunista? “Ho sentito dire questo e penso che questa propaganda sia dannosa allo sforzo che sta compiendo il popolo italiano per conservare in questo tragico momento la sua unità politica. Se debbo giudicare dai molti comunisti che ho avvicinato e della politica che essi hanno fatto e fanno in Romagna, non mi so spiegare le cause di questa propaganda. I comunisti con i quali io ho lavorato sono stati verso di me e verso la religione sempre corretti e deferenti. Per questo io mi sono battuto perché a Modigliana il C.L.N. designasse come sindaco un comunista: il professor Gualdi“.

Ci vuol parlare di qualcuno dei Romagnoli caduti che lei ricorda con particolare affetto?
“Silvio Corbari, un giovane comunista del ’23 famoso capo dei partigiani le cui azioni sono diventate leggendarie in tutta la Romagna. E’ stato lui che ha giustiziato il Console Marabini. Con pochi uomini ha disarmato intere stazioni di Carabinieri. Con la sua banda ha occupato per 13 giorni Tredozio presso Forlì. Era ricercatissimo. Per colpa di certe spie venne preso dai fascisti e impiccato a Castrocaro. Il cadavere trasportato a Forlì venne di nuovo impiccato e esposto per un giorno in piazza. Sono le figure di questi eroi che dovrebbero far cadere tutti i preconcetti che si hanno ancora contro i comunisti che purtroppo sono ancora dipinti da alcuni secondo la bugiarda propaganda fascista”.
Lei rimarrà molto tempo a Roma?

Sono venuto a Roma per riposarmi. Ma appena rimessomi in salute spero di poter di nuovo raggiungere con l’esercito italiano il fronte. Sono sicuro che a qualsiasi Divisione verrò assegnato ritroverò molti di quei partigiani e di quei comunisti che ho fraternamente assistito in Romagna e con i quali ho con tanta concordia lottato contro i tedeschi“.

Gabriele Zelli

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