L’abbazia di San Benedetto in Alpe: un tempo ricca e potente

abbazia di San Benedetto in Alpe

Nel testo che descrive l’itinerario dantesco nella valle dell’Acquacheta, scritto insieme a Marco Viroli, che prossimamente sarà pubblicato in un volume accompagnato dalle fotografie scattate da Tiziana Catani e Dervis Castellucci, sono già stati presi in considerazione il borgo di San Benedetto in Alpe e la sua antica abbazia. In questo contesto ritorno a parlarne perché è decisamente un’ottima meta per il dopo pandemia per la bellezza dei luoghi e per la loro straordinaria storia.

In un importante libro pubblicato di recente dal titolo “La spada, la croce, il giglio. L’Appennino romagnolo nel Medioevo e in Età Moderna”, edito dalla Società Editrice Il Ponte Vecchio, il curatore Luca Onofri scrive che le prime fonti che attestano la presenza di un convento a Biforco sono legate a San Romualdo (951-1027), figura cardine dell’ascetismo appenninico, che si recò più volte a San Benedetto. La prima volta, collocata tradizionalmente nel 986 pare dubbia, mentre le restanti vengono testimoniate dal teologo Pier Damiani (1007-1072), il quale indica come, nel 1004 e nel 1021, il fondatore dell’Eremo di Camaldoli avesse fatto visita ad una comunità di monaci sparsa nella zona. Tale notizia permette di dare un certo credito all’ipotesi di “colonizzazione” monastica precedente alla fondazione dell’abbazia e probabilmente avvenuta in modo meno sistematico ed organizzato.

Per illustrare le peculiarità dell’abbazia benedettina farò riferimento agli studi prodotti dallo storico Massimo Ragazzini e da Ugo Maestri, che è stato sindaco di Portico dal 1960 al 1964. Siccome non esistono documenti che indichino con certezza quando ebbe origine l’insediamento monastico e quando fu eretta l’abbazia, le fonti relative a quest’ultima “risalgono agli inizi del secolo XI”, scrive Massimo Ragazzini, “anche se l’esistenza di un nucleo di eremiti in questa zona può essere assegnata a periodi precedenti. È documentato che, grazie a donazioni e acquisti, quella di San Benedetto in Alpe era nel XII secolo una delle più ricche e potenti abbazie dell’Appennino tosco-romagnolo. I possedimenti dell’Abbazia si estendevano nelle diocesi di Forlì, Forlimpopoli, Faenza e Firenze”. Il monastero raggiunse l’apice della sua influenza durante il XIII secolo, quando anche i fabbricati che lo componevano assunsero notevoli dimensioni: tutta l’area dell’attuale abitato di Poggio era infatti allora probabilmente occupata dalle celle dei monaci, le quali su due file formavano un borgo ai lati della strada rettilinea che ancora oggi parte dalla chiesa abbaziale.

“I secoli XIV e XV segnano la decadenza dell’Abbazia”, sono sempre parole di Ragazzini, “che vede progressivamente diminuire i suoi monaci, finché nel 1499 l’Abate di San Benedetto consegna i pochi beni e i privilegi che ancora l’Abbazia possedeva nelle mani di Papa Alessandro VI”.
Ugo Maestri così ebbe modo di riassumere gli eventi dei secoli successivi: “Come prima conseguenza viene soppresso nell’Abbazia l’Ordine benedettino e nell’anno 1500 l’unico monaco rimasto ha il solo compito delle funzioni proprie della chiesa. Così finisce la vita e l’autonomia della grande Abbazia di San Benedetto. Dopo essere passata all’amministrazione dell’Abbazia di Vallombrosa nel 1526 viene concessa per sempre al Capitolo della basilica di San Lorenzo”, che decise di intervenire demolendo metà del chiostro dell’antico monastero. “In tal modo la nuova chiesa viene a risultare più piccola della vecchia”, annota Maestri, “non ha più la forma della croce latina, perde il pregio dell’abside, della cripta e delle cappelle sull’asse minore della croce”. L’antica chiesa aveva una grande cripta posta sotto il presbiterio e l’altare maggiore, con diramazione sotto i due transetti. Il complesso abbaziale comprendeva anche il convento, il chiostro e un sistema fortificato.

“L’originario edificio medioevale”, scrive Massimo Ragazzini, “non è andato però completamente perso. Le parti dell’Abbazia che si sono conservate valgono una visita a San Benedetto, anche a prescindere dall’escursione alla cascata dell’Acquacheta. Sono visibili: il muro perimetrale destro, inglobato e riutilizzato nella nuova chiesa. Vi si riconoscono l’arco di accesso dal presbiterio al transetto e una porta con arco a tutto sesto; l’alto campanile a vela; l’attacco dell’abside semicircolare; il grande arco di accesso al pronao, già di ingresso al convento e ora alla chiesa; un vano con soffitto voltato a crociera a ridosso del presbiterio; una torre di vedetta munita di feritoie balestriere; elementi (le colonne di pietra) di una porzione del chiostro con il pozzo, ora non più centrale ma addossato al muro della chiesa; la cripta del transetto di destra”.

Proprio quello che resta dell’originaria cripta impressiona di più il visitatore per l’atmosfera suggestiva che propaga (foto Dervis Castellucci). Gli scavi archeologici del 1987, compiuti in una porzione dell’area dove sorgeva l’antica chiesa, hanno messo in luce i resti della parte centrale della cripta, che risulta suddivisa in tre navate da pilastrini ottagoni con terminazione quadrata, in arenaria, su cui poggiavano capitelli a tronco di piramide. L’accesso si apriva sulla navata mediante due scale disposte simmetricamente. La cripta ospita ora le presunte reliquie dei martiri cristiani Primo e Feliciano, che in precedenza erano collocate sotto l’altare maggiore.
Una lapide posta vicina alla porta di ingresso attesta che i lavori di ricostruzione della chiesa, che si presenta con una sola navata, furono completati nel 1723. All’interno sono presenti cinque altari addossati alle pareti con colonne laterali di stile rinascimentale coronate da capitelli corinzi.

Il primo altare a destra dell’entrata ospita un quadro raffigurante Sant’Antonio abate, quello di sinistra ospita, in una nicchia, una statua raffigurante la Madonna. Un quadro del 1633 raffigurante la Madonna del Rosario contornata da quindici quadretti dove sono riprodotti i misteri del rosario, è collocato sul secondo altare di destra. In una nicchia dell’altare maggiore è ospitata una statua della Madonna col Bambino. Un crocifisso ligneo scolpito e dipinto che, secondo don Enzo Donatini, è di scuola fiorentina del Quattrocento, è posto in alto, davanti all’altare maggiore.
Un fonte battesimale, costituito da una grande vasca di marmo che poggia su una colonna di pietra, è posto in una nicchia a destra, fra l’ingresso e l’altare con Sant’Antonio. Anche la pila per l’acquasanta è stata realizzata con materiale analogo.

Il paese, che prende il suo nome dalla secolare abbazia benedettina dove trovò ospitalità anche Dante Alighieri, è diviso in due parti, quella che si trova lungo la Statale 67, nel punto dove i tre torrenti Acquacheta, Troncalosso e Rio Destro si uniscono dando origine al fiume Montone, denominata “Mulino”, perché in passato esistevano attività di molitura. L’altra parte, poco sopra, si chiama “Poggio” ed è collocata su uno sperone roccioso dove fu costruito il complesso religioso. Le due parti sono collegate da una strada lunga poco più di un chilometro e da un antico e ripido borgo, un’incantevole scorciatoia pedonale dedicata proprio al Sommo Poeta. Se dopo aver visitato San Benedetto in Alpe si intende raggiungere la cascata dell’Acquacheta è opportuno tenere presente che occorrono circa quattro ore fra andata e ritorno, ma ne vale la pena, così come finire l’escursione in uno dei ristoranti o agriturismi della zona.

Gabriele Zelli

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