Custodi della memoria a Tavolicci

Arena Hesperia Meldola

Martedì 3 agosto, alle ore 21,00, all’Arena Hesperia di Meldola, sarà presentato il volume “Vivere a Tavolicci dopo la strage del 22 luglio 1944“, frutto delle ricerche biografiche condotte dai biografi dell’APS parolefattemano di Meldola. Il lavoro, durato alcuni anni, è stato condotto in sinergia con L’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Forlì-Cesena e l’Associazione Amici della casa di Tavolicci. Protagonisti del libro sono Primo Botti, Matteo Caminati, Elisa Gabrielli, Silvano Longhi, Alderina Olivieri, Angelo Perini, Jenny Perini. Saranno presenti l’assessore alla cultura Michele Drudi, la presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea Ines Briganti e Ermes Fuzzi per l’APS parolefatteamano, accompagnati dalle voci recitanti di Laura Borghesi, Paola Borghesi e Astrid Valeck.

Il ricordo di quel giorno è rimasto indelebile nei pochi sopravvissuti – racconta Ermes Fuzzi dell’APS parolefattaemano – ed è grazie a loro che è stato possibile conoscere quanto è accaduto. Non tutti però sono riusciti a narrare, qualcuno ha preferito il silenzio; tra questi ultimi c’è chi ha lasciato Tavolicci, chi è rimasto ma non ha mai detto nulla, chi non è mai voluto essere presente ad una commemorazione per il timore di dover raccontare ciò per cui non esistevano parole tanto era stato enorme il dramma. Chi è restato si è fatto custode della vita di chi non c’è più, ha testimoniato con la propria presenza“.

Aggiunge Astrid Valeck: “La scrittrice Elena Lowenthal ricorda che anche il silenzio ha una sua memoria, fatta di gesti e di azioni trasmesse attraverso l’educazione. Il silenzio è una ferita che resta aperta, che non trova il modo di essere sanata. Nella trama della vita e della memoria individuale e collettiva è come se vi fosse una lacerazione e i lembi del tessuto non possono essere riuniti e ricuciti, manca proprio un pezzetto di tessuto. L’ordito va intrecciato nuovamente e questo è possibile attraverso le storie. In questo risiede la grande opera compiuta dai biografi dell’APS parolefattemano di Meldola con la ricerca “Vivere a Tavolicci dopo la strage del 22 luglio 1944”.

Fra le storie raccolte una è di un testimone primario, le altre sono state donate da coloro che sono nati dopo la strage. Attraverso i loro racconti si tesse quella trama capace di riunire i lembi della memoria. A questo serve la narrazione dei testimoni secondari, cioè di coloro che sono nati dopo gli eventi accaduti. La memoria vissuta diviene memoria condivisibile. In questa tessitura trova posto la casa in cui è avvenuto l’eccidio, che a lungo ha portato i segni della tragedia avvenuta, e che è stata restaurata e trasformata in museo. Essere rimasti a Tavolicci o averlo scelto come luogo di vita significa raccogliere il testimone e divenire custode a propria volta. Leggendo le storie di vita raccolte ci si rende conto della forte volontà che guida chi vive in questo luogo e ne emerge l’immagine di eroi quotidiani. Vivere a Tavolicci, almeno per le comodità cui siamo abituati, non è semplice.

È decentrata, distante dai servizi, dalle sedi di lavoro e il clima è quello tipico della montagna. Frequentare la scuola, per il solo bambino in età scolare che vi abita, significa due ore di percorrenza in scuolabus ogni giorno, e per gli adulti lasciare la casa alle quattro del mattino per rientrarvi che è già buio. D’inverno bisogna fare i conti con la neve e il ghiaccio. Eppure questo luogo ha un fascino che sovrasta ogni possibile fatica. È immerso nella natura e la pace che vi regna non fa certo rimpiangere il ritmo sincopato e l’inquinamento delle nostre città. Qui il tempo ha un altro valore come anche il rapporto con l’ambiente. Negli anni ’90 i residenti hanno provato a rendere nuovamente produttivo il territorio costituendosi in cooperativa. Non ha funzionato come desideravano e la cura per la terra richiede ancora oggi il lavoro presso terzi, però c’è un progetto interessante che si sta concretizzando e che affianca quanti hanno già deciso di trasferirsi tra queste montagne. Lo si può trovare nel racconto di due ragazzi, marito e moglie, i più giovani tra coloro che hanno narrato: sono i figli, dei figli, dei figli; gli ultimi, in ordine di tempo, ad aver raccolto il testimone e a farsi custodi della memoria di questo luogo.

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