
L’unica volta che in vita mia, una vita sempre onesta e cristallina, sono stato trascinato in tribunale, fra l’altro da un’infondata accusa, tale confermata dalla piena assoluzione “perché il fatto non sussiste”, persino avanzata dalla pubblica accusa, ricordo che il giudice, il processo si svolgeva a Forlì, richiamò tutti i presenti in aula al divieto di scattare fotografie: giusta e opportuna raccomandazione, considerato quanto certi panni sporchi, in mancanza di un provvidenziale Arno, sia sempre meglio lavarli con molta discrezione.
Per questo, ieri, mi ha colpito la notizia che una foto, scattata in un’aula del Tribunale di Ravenna da chi, probabilmente incline alla vile delazione, sia diventata per l’avvocato e caro amico forlivese Francesco Minutillo motivo di sospensione per due mesi dall’esercizio della professione forense, così stabilito dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati. Dunque, un divieto che vale in tribunale a Forlì diventa permesso in quel di Ravenna, dove chiunque può liberamente e, nel caso dell’avvocato Minutillo, proditoriamente e con palesi, ignobili secondi fini fare foto e a una foto dare un valore, un significato improprio.
Insomma, un po’ come l’elastico di una mutanda che si stringe o s’allarga, a seconda dei casi, sul fondo schiena dei malcapitati. Dunque, una spia, un delatore vendicativo, forse deciso a rivalersi, gli sviluppi potranno confermarlo, di qualcosa contro Minutillo e, comunque, ascoltato da qualcuno in alto loco che però, stavolta, ha dimostrato di stare solo sull’ultimo gradino della scala del nulla. Un giorno, sono ironicamente cauto e, addirittura, politicamente corretto, in tribunale a Ravenna si discuteva la causa contro un gentile signore di colore, accusato di violenta scortesia nei confronti di due tutori dell’ordine, ed il nostro avvocato Minutillo, legale dei due malcapitati agenti, tira fuori dalla sua borsa la cartellina, ad uso gestione o archiviazione interna al suo studio: sopra, di lato, la scritta “negro”, sicuramente di facile, immediato richiamo mnemonico rispetto al nome insolito dell’accusato.
Il vile in agguato fotografa la cartellina, invia la foto a chi in attesa e apriti cielo: di un insignificante bruscolo si fa una trave, in un bicchiere si agita uno tsunami e, a bella posta, l’avvocato diventa di nuovo il mostro da punire, da colpire a tradimento nell’amore per il suo lavoro e l’avvocatura, accusandolo di risultare un violento, un uomo tormentato da pregiudizi, magari, diciamolo, pure bieco razzista, ma soprattutto colpevole di mancare di rispetto alla deontologia professionale, insita nella figura dell’avvocato? Tutto questo per la scritta “negro” su una cartellina uso ufficio, quindi da contestualizzarsi esclusivamente nell’ambito procedurale di uno studio privato, perciò fuori dalla finalità negativa, offensiva, attribuitagli da una foto occasionale, ignorantemente interpretata e strumentalizzata.
Ricordo che il valore spregiativo, oggi attribuito, ma niente affatto proibito, al termine “negro” deriva dalle problematiche razziali e coloniali dei tedeschi e degli inglesi; nel mondo portoghese e spagnolo, pur di forte retaggio coloniale, tuttora la parola negro e’ usata senza che risulti offensiva in alcun senso; infine, negro deriva dal latino niger che significa nero, a denotazione di chi appartenente a razza dalla pelle scura. Negro e nero sono sinonimi, privi di ogni connotazione razzista: peggio dire, davvero, come e’ avvenuto e avviene ancora negli USA, “muso nero” o “muso giallo” oppure “muso rosso”, rispettivamente contro gli afroamericani, gli asioamericani, i superstiti nativi americani.
Io stesso uso indifferentemente nero e negro: ammetto, lo riconosco, quando perlomeno irritato da certa cronaca, che uso più il termine negro poiché la gutturale g quasi meglio esprime la mia rabbia per taluni episodi di malavita a carico di immigrati di colore. Per questo, mi considerate razzista, violento? Stessa cosa per Francesco Minutillo, vedendo quel che non esiste in una parola d’appunto su una sua cartellina di studio? Non ho mai sopportato chi tira il sasso e nasconde la mano, ancora di più chi non senza colpe, scaglia la prima pietra, per questo di tutta questa triste vicenda mi ripugna la perfida pochezza umana e l’ignoranza del tempestivo fotografo, il veloce pressapochismo di giudizio a scapito di Francesco Minutillo.
Davvero sicuri, mano sul fuoco, che a ben cercare non si trovi magari più di un avvocato, concretamente pencolante con la deontologia professionale? L’interpretazione soggettiva, ma riconosciamolo, anche forzatamente incolta, della parola negro su una cartellina può veramente risultare fondato motivo per gettare discredito su un ottimo avvocato come il nostro Minutillo, sempre preparato, accorto nella sua professione? Contro Francesco si vuole vedere e usare ciò che non esiste. Al riguardo, mi soccorre una barzelletta sull’iniziale immigrazione a fine anni ’70-primi anni ’80: in un circo, durante lo spettacolo, il domatore e’ costretto ad uccidere con la pistola un leone, improvvisamente inferocitosi contro la sua persona, l’indomani su l’Unità, allora organo del defunto PCI, la ferale notizia: “Immigrato africano ucciso dalla barbarie razzista”, oggi forse qualcuno aggiungerebbe …e fascista, perché non guasta mai, soprattutto quando si e’ a corto di argomenti logici.
Francesco Minutillo è vittima del pregiudizio; e’ vittima dell’ipocrita “politicamente corretto”; è vittima di calunnia e/o diffamazione, a scelta o entrambe; e’ vittima di un abuso orrendo della giustizia, intesa in senso lato, che ci riporta indietro al tempo dell’insinuazione, del sospetto, prevalenti sull’obiettività della ragione e del buon senso. Sì, Francesco Minutillo e’ un caro amico, nonostante ci dividano le idee politiche, ma lo conosco bene nella sua lealtà e nel suo rigore professionale e di vita quotidiana, per questo lo difendo a spada tratta da chi pusillanime buono soltanto ad agitare una parola in foto.
Franco D’Emilio