Negli ultimi anni sono davvero cresciute l’attenzione e la progettazione del cosiddetto “museo dinamico” ovvero quell’istituzione espositiva nella quale la tradizionale dimensione passiva, contemplativa di chi, solitamente, soltanto visita e ammira le opere d’arte esposte viene affiancata dalla partecipazione attiva, coinvolgente dello stesso visitatore, attraverso esperienze personalizzate e interattive, ricorrendo all’intelligenza artificiale (IA nella sigla italiana), alla robotica. Parliamo di un’innovativa prospettiva della moderna museografia, già avviata concretamente nel luglio 2017 da una fruttuosa sinergia tra il Ministero della cultura e la Fondazione Politecnico di Milano.
In otto anni diversi musei italiani hanno indirizzato la loro gestione verso questa nuova dimensione per rendersi più attrattivi, partecipativi, soprattutto più aperti al mondo e alle sue rapide dinamiche culturali: guida principale di tale innovazione dei musei è la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, sollecitata dalla direzione pragmatica e strategica di Renata Cristina Mazzantini. Il museo dinamico è, ormai, una inevitabile necessità del futuro visitatore museale che, oltre che spettatore, diventa creatore fervido del suo stesso percorso di visita.
È sempre più possibile elaborare, incrociare dati personali di natura logica, culturale ed emozionale, inseriti dal visitatore, con il database del museo per ricavarne un percorso personalizzato, centrato sui desideri e le attese dell’utente museale. Inoltre, il ricorso all’intelligenza artificiale si rivela veramente utile perché qualunque museo possa temporaneamente spostare altrove le proprie radici con la conseguente valorizzazione di talune sue collezioni. D’ora in poi, promozione e valorizzazione del patrimonio culturale, nazionale e locale, sono e saranno sempre più perseguite attraverso l’attuazione del museo dinamico.
Pure per questo, qualunque candidatura a capitale della cultura, italiana od europea che essa sia, non può adesso prescindere dalla capacità di ciascuna città candidata di interpretare e realizzare la nuova dimensione del museo dinamico. Quanto e come a Forlì, ammesso che mai sia stato intrapreso con un programma organico, si sta perseguendo quest’obiettivo? Non mi pare che questo tema progettuale sia mai stato oggetto di attento dibattito da parte della politica e dell’amministrazione forlivese.
Il Museo di San Domenico resta luogo di passiva contemplazione artistica; rimane un’istituzione incapace, attraverso fattive collaborazioni con analoghe realtà culturali, di inserirsi in un vicendevole scambio di collezioni, oltre la singola o poche unità in prestito; si conferma soggetto perlopiù impositore di eventi che attingono prevalentemente al patrimonio di altri territori, anche con mostre, spesso, poco o nulla coincidenti con la storia e la realtà romagnola. Eppoi, con l’attuale dispersione, quasi una “diaspora, del patrimonio museale forlivese siamo nell’effettiva possibilità di sviluppare un valido modello di “museo dinamico”?
Franco D’Emilio