Chi salva una vita salva il mondo intero, così una citazione del Talmud, uno dei testi sacri dell’ebraismo, esalta il valore immenso della vita umana, tanto che salvarne anche una sola vale quanto salvare l’umanità intera. È, fra l’altro, lo stesso principio fondamentale per l’attribuzione di “Giusto tra le nazioni” a chiunque, spesso con grave rischio della propria vita, abbia salvato ebrei dalla tragedia terribile della Shoah.
Quest’anno, nell’imminenza del Giorno della Memoria, commemorativo delle vittime dell’Olocausto, ho deciso di scrivere su un cittadino tedesco, sicuramente un “echtes arischen deutsch”, insomma un “vero tedesco ariano”, come nella categorica definizione razzista del Nazismo. Ho deciso di scrivere su Gerhard Wolf (Dresda, 1896 – Monaco di Baviera, 1971), il diplomatico tedesco che, avvalendosi del suo ruolo di console, salvò il mondo intero perché salvò Firenze dalla distruzione di tanto suo patrimonio storico e culturale; perché, ancora, salvò Firenze dalla perdita di numerosi suoi figli, ebrei o dissidenti politici, bersaglio di spietata persecuzione; perché, ancora di più, salvò Firenze dall’offesa di quei suoi valori politici, morali che, nel corso dei secoli, dalle rive dell’Arno s’erano diffusi nel mondo, a fondamento di tanta libertà di pensiero e democrazia.
Tutto questo giustamente riconosciuto dalla profonda riconoscenza dei fiorentini che presto si adoperarono perché a Gerhard Wolf, console tedesco della loro città sotto il giogo nazista, fosse conferita la cittadinanza onoraria, come appunto avvenne con delibera, approvata dal voto unanime del Consiglio Comunale nell’adunanza del 19 novembre 1954, presieduta dall’indimenticabile sindaco Giorgio La Pira. La motivazione fu… per le documentate benemerenze acquisite dal dottor Gerhard Wolf e per le sue opere di bontà, compiute col rischio costante della persona durante l’occupazione germanica della città.
La cittadinanza onoraria fu consegnata il 20 marzo 1955 nel corso di una solenne e molto partecipata cerimonia in Palazzo Vecchio, durante la quale il “sindaco della pace” La Pira così evidenziò il valore dell’uomo e del diplomatico: Facendo quello che ha fatto, il console Wolf ha reso un grande servizio al suo paese, alla vera Germania, che non è mai stata la Germania nazista. Per questa ragione, il popolo tedesco dovrebbe essergli grato, come lo è il popolo di Firenze. Ma chi era Gerhard Wolf, sopra ritratto in foto e dal 2007 raccontato efficacemente da una lapide commemorativa, affissa su un muro perimetrale della terrazza di Ponte Vecchio?
Come riuscì nell’ambito di una carriera diplomatica, pesantemente controllata dal potere hitleriano, a ricavarsi un margine d’azione, utile a salvare dalla furia nazista molti uomini e molte cose di Firenze? Con chi realizzò un’efficace rete clandestina, a sostegno di perseguitati, ebrei o dissidenti politici? Questi sono i tre punti essenziali per capire l’opera di bene e soccorso del diplomatico e, ancora di più, del cittadino tedesco Gerhard Wolf. Innanzitutto, il nostro protagonista, settimo figlio del ricco avvocato Eduard, nasce nel 1896 a Dresda, capoluogo del land della Sassonia, e cresce in tanta serenità familiare e con tanta inclinazione agli studi, in particolar modo quelli umanistici e delle relazioni sociali.
Già il suo destino sembra segnato dal luogo di nascita, appunto Dresda, da sempre, per la ricchezza delle sue collezioni museali e del suo patrimonio architettonico-monumentale, definita Elbflorenz ovvero la Firenze sul fiume Elba, quasi presagio quanto la vita di Gerhard si sarebbe, poi, intrecciata con quella dell’antica e nobile città toscana. Come ufficiale del 17° reggimento ulani partecipa alla Prima Guerra Mondiale, meritando varie decorazioni, fra le quali la Croce di Ferro di prima e seconda classe. Congedato, si laurea in filosofia e storia dell’arte presso la prestigiosa Università di Heidelberg, dove è compagno di studi di Rudolf Rahn, suo caro amico e prezioso consigliere, anch’egli diplomatico di grande rilievo nella storia tedesca sotto la dittatura hitleriana; quindi, perfeziona gli studi nelle aule parigine della Sorbona, successivamente all’Università di Ginevra.
Nel 1927 entra nel ruolo diplomatico del Ministero degli esteri della Germania e dal ‘29 al ’33 presta servizio prima a Varsavia, dopo a Roma presso lo Stato del Vaticano. Durante il suo soggiorno romano i servizi segreti nazisti segnalano Gerhard Wolf a Berlino quale “liberale democratico amico dei semiti“. Solo nel 1939 e sotto forte costrizione, come documentato, Wolf aderisce al partito nazista per non essere espulso dalla carriera diplomatica e, dunque, perdere la possibilità di lavorare, logorare ai fianchi la dittatura di Hitler, come già suggeritogli a Roma da monsignor Ludwig Kaas, guida cattolica del movimento tedesco liberale di centro.
Il 7 novembre 1940, dietro sua richiesta, viene inviato a Firenze, dove resta sino al 28 luglio 1944 col pieno incarico di console, che assolve impeccabilmente, pur mantenendo attenti rapporti con la crescente opposizione, tedesca e italiana, al nazismo e al suo alleato fascista. Nel capoluogo toscano Gerhard Wolf diventa partecipe e tessitore di una rete d’aiuto a dissidenti politici e perseguitati razziali; si prodiga invano, ma con tanta generosità, perché nel luglio ‘44 a Firenze sia riconosciuto lo stato di “città aperta” per evitarle terribili distruzioni; riesce però a convincere i comandi tedeschi a risparmiare Ponte Vecchio dalla distruzione dei ponti sull’Arno e a contenere il numero degli edifici storici sui lungarni da far esplodere, tutta questa rovina tra il 3 e il 4 agosto ’44.
Diversi i suoi “complici” fiorentini: innanzitutto, l’arcivescovo Elia Dalla Costa, già noto per aver chiuso le finestre del palazzo vescovile durante la visita di Hitler a Firenze il 9 maggio ’38; poi, il romagnolo don Giulio Facibeni, “povero facchino della Divina Provvidenza“, già fondatore a Firenze nel 1923 dell’Opera Caritatevole Madonnina del Grappa; ancora, Carlo Steinhauslin, proprietario dell’omonima banca e console svizzero nella città gigliata; ancora, Friedrich Kriegbaum, direttore del Kunsthistorisches Insitut, famoso istituto tedesco di storia dell’arte a Firenze; infine, il marchese Giuseppe Serlupi Crescenzi, ambasciatore di San Marino presso la Santa Sede, la cui villa fiorentina Le Fontanelle gode, perciò, dell’extraterritorialità, costituendo un buon rifugio per dissidenti ed ebrei, fra quest’ultimi lo stesso celebre storico dell’arte Bernard Berenson.
Numerosi i perseguitati, sottratti da Wolf alla cattura e alla tortura nazifascista o, addirittura, sfilati di mano alla miserabile banda fascista di Mario Carità, operativa nella villa al numero civico 67 di via Bolognese. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il console Gerhard Wolf viene arrestato e internato a Montecatini, quindi a Salsomaggiore, infine imprigionato nel carcere alleato di Hohenasperg, vicino Stoccarda, dal quale esce libero a luglio del 1946, completamente scagionato da qualunque addebito, anche sulla base delle tante testimonianze a suo favore. Una storia significativa quella di Gerhard Wolf, ma poco nota, forse perché esclusa dalla storia, solitamente scritta con molta parzialità dai vincitori, troppo avvezzi a fare degli sconfitti un solo fascio, pari a quello di tanta mala erba senza neppure la luce e il colore di un fiore.
Franco D’Emilio