L’avvocato Francesco Minutillo per la mamma di Teresa

tribunale di Forlì

La vicenda, ormai, è balzata all’attenzione della cronaca locale e nazionale, ben oltre l’ambito giudiziario, dal quale è sorta, suscitando sconcerto e partecipazione emotiva nell’opinione pubblica, colpita da tanta disparità di giudizio tra una famiglia affidataria ed una madre naturale. Ancora un caso che conferma quanto spesso, agli occhi della gente, la giustizia dei tribunali possa rivelarsi discriminante sul filo dei due pesi due misure.

Dunque, un ennesimo caso di sentenza che appare palesemente ingiusta, pur nella sua volontà di far giustizia, perché, in realtà, solo molto rispondente alle parole di Platone nel suo Repubblica: Il capolavoro dell’ingiustizia è quello di sembrare giusto senza esserlo. A questo, infatti, induce a pensare la recente sentenza del Tribunale civile di Forlì, relativa a Teresa, bambina di cinque anni del territorio cesenate, deceduta nel 2017 in ospedale per responsabilità sanitaria, praticamente una peritonite mal diagnosticata, mentre si trovava sotto tutela dei servizi sociali e da quest’ultimi collocata da tempo presso una famiglia, appunto affidataria.

Importante sottolineare come la madre naturale, pur nella fragilità e immaturità delle sue condizioni, aggravate da un passato difficile, che avevano indotto i servizi sociali ad affidarne la prole ad una famiglia, aveva sempre coltivato un rapporto costante con la sua bambina, mai saltando un incontro nei giorni concessile e, cosa più importante, manifestando la ferma volontà di stare con la figlia, accogliendo e corrispondendone concretamente l’affetto. Una storia triste che parte dal prologo drammatico della morte di questa bambina e, poi, investe l’umanità e l’affettività della famiglia, da tempo affidataria della piccola, e l’amore unico, seppur difficile, della madre naturale.

Dunque, due soggetti giuridici, sicuramente di natura e ruolo diversi, anche se entrambi positivi e, come tali, confrontabili, ma non equiparabili sul piano umano, morale e sociale. Eppure, in sede civile il Tribunale di Forlì ha, prima, riconosciuto alla famiglia affidataria un risarcimento di 800 mila euro da parte dell’Ausl Romagna, poi alla madre naturale, invece, solo 70 mila euro, cosa davvero incongrua rispetto alla ricaduta sulla madre naturale del luttuoso evento della perdita della propria figlia.

A confrontarsi con questo ingiusto verdetto, consentitemi di definire così la sentenza in discussione, l’avvocato forlivese Francesco Minutillo, legale della signora, madre naturale della sfortunata Teresa. L’avvocato, infatti, proprio non accoglie la decisione del Tribunale di Forlì di riconoscere solamente 70 mila alla sua assistita con la motivazione «Ha sofferto di meno perché non era in un contesto ordinario di convivenza» (con la bambina, n.d.a). L’avvocato Minutillo proprio non la manda giù l’idea che Teresa fosse in affido da tempo, quindi il dolore maggiore possa averlo vissuto esclusivamente la famiglia affidataria rispetto alla madre naturale.

Francesco Minutillo non desiste, ricorrerà per rivedere la decisione del Tribunale, vero precedente, a suo dire, di una pericolosa discriminazione e gerarchia dei dolori, con la conseguenza di trovarsi dinanzi non tanto ad una semplice riduzione del quantum risarcitorio, ma a un passaggio concettuale estremamente pericoloso: l’idea che una madre debba soffrire di meno perché il suo rapporto con la figlia non è ordinario, ma gestito dal servizio sociale. Contro il relativismo dei sentimenti, questo il monito dell’avvocato forlivese, dobbiamo convincerci come l’amore, pur prezioso, di una famiglia affidataria debba solo valutarsi quale sostituto, semplice surrogato del vero e unico amore materno.

Franco D’Emilio

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