Né bene né male, appena un 7- per Forlì capitale

pullman capitale

Ieri sera, chi veramente autorevole a soppesare il valore delle palle altrui è stato alla fine davvero lapidariamente conclusivo: 7-, nulla di più, compresa una pacca comprensiva e consolatoria sulla spalla. Sì, 7-, un cicinino più del 6 e ½, ma sempre nella sostanza del 6 e non del 7 pieno, il che, tradotto in termini di giudizio, significa una briciola sopra il sufficiente, ma distante dal buono quanto lontano dal discreto o lontanissimo dall’ottimo.

Quindi, 7- il voto d’incoraggiamento al comitatone forlivese, a sostegno di Forlì-Cesena, candidata a capitale della cultura italiana 2028, ascoltato ieri a Roma in apposita audizione presso la commissione giudicatrice del Ministero della cultura. Insomma, un voto di conforto e sprone per il futuro, un po’ come quando un insegnante, rivolgendosi ai genitori di un allievo niente affatto brillante, dichiara mestamente “il ragazzo è intelligente, potrebbe fare di più, ma non s’impegna”.

È andata proprio così. Il comitato scientifico e il comitatone tutto a sostegno di tanta audace aspirazione forlivese alla capitale della cultura nazionale poteva fare qualcosa di più della modesta comparsata di ieri, addirittura, ironia della sorte, nella Sala Spadolini, intitolata al sommo accademico fiorentino e leader del PRI, sempre tanto vicino ai repubblicani romagnoli. Conclusione amara, riassunta pure dalla delusa risposta all’ansiosa telefonata “Come è andata?”, giunta sulla via del ritorno a Forlì.

Vedremo, noi ce l’abbiamo messa tutta.” Ma noi chi? Chi mai dietro tanto plurale maiestatis? Forse gli 80 della “pullmanata”, colazione al sacco, in gita dopolavoristica a Roma per una marcetta O Forlì capitale o morte!”? In realtà, ieri alla resa dei conti ministeriale è apparso chiaramente come dietro la quasi centuria forlivese ci fosse solo il minimo sufficiente di un progetto culturale, appena valido e rappresentativo della memoria, dell’identità culturale del territorio forlivese. Della voce ufficiale di tanto comitatone non sono passate inosservate talune esitazioni, certi tentennamenti a cercare la luce in fondo al tunnel per una risposta efficace.

Eppoi, che dire della vistosa caduta dal pero per la dimenticanza di Aldo Garzanti e dei fratelli Giovanni, Dino e Rino Fabbri, tutti di origine forlivese e fondatori di grandi storie editoriali, estese dal campo enciclopedico alla narrativa e alla saggistica? Ha ragione un amico, onesto intellettuale forlivese: a Forlì non è più tempo, e ieri se ne viste le conseguenze, di fari come Brigliadori e Missirini, capaci di formare nuove generazioni. Condivido e mi permetto di aggiungere la figura di Manuela Racci, sicuramente pari ai precedenti prof e tuttora attiva, ma non pienamente valorizzata, quindi dimenticata.

Ieri, il patron delle mostre forlivesi è parso un pesce fuor d’acqua, in evidente affanno e annaspo. Ieri sera, sulla via del ritorno in pullman si registrava la sensazione che la gitarella a Roma, tanto strombazzata e magari partita al goliardico canto di Osteria numero venti, paraponziponzipò …, fosse finita alla maniera di quando, all’apertura di un boero, si legge “Ci dispiace, non hai vinto, riprova, sarai più fortunato”, ma nulla ci consola, neppure la scioglievolezza liquorosa del cioccolatino. Adesso, per Forlì capitale non resta che sperare in un lancio della moneta, in una botta di culo, magari perché le altre candidate, cosa davvero difficile, pari o al sotto del forlivese 7-.

Franco D’Emilio

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