Quando anche a Forlì non si sta al proprio posto

croce rossa ambulanza

Davvero angosciante e raccapricciante la notizia che a Forlì un soccorritore della Croce Rossa sia indagato dalla Procura per omicidio volontario, aggravato dalla premeditazione, a seguito della morte di cinque anziani, durante o immediatamente dopo il loro trasferimento da un ospedale ad un altro. Addirittura, il sospetto che l’indagato abbia assolto alla sua missione di demone della morte, ricorrendo all’impiego di aria o sostanze venefiche, iniettate nei disgraziati malcapitati.

Infine, quasi non bastasse tanto orrore, persino il terribile timore che tale delitto possa essere stato indotto da una redditizia collaborazione tra l’indagato ed un’impresa di pompe funebri, finalità questa venata pure di macabro umorismo. Un inesorabile interrogativo s’impone subito categorico: come può accadere che un soccorritore della Croce Rossa, quale l’indagato, con mansioni esclusive, ripeto esclusive, di autista dei mezzi di soccorso, possa essersi trovato accanto alle persone soccorse, dunque nelle vesti di chi con mansioni di assistenza lungo un tragitto di trasferimento?

E, ancora, come può essere accaduto che altro soccorritore o altri soccorritori presenti, magari con qualifica assistenziale, lasciassero di essere esautorati dai propri compiti da un collega, solo abilitato alla guida dell’ambulanze? Palesemente, questo è già certo, è stato ripetutamente violato, al momento pare in cinque casi, pari alle morti indagate, il protocollo minimo di soccorso, articolato nella netta distinzione tra chi solo guidatore di mezzi e chi, invece, per incarico specifico persona soccorrevole a bordo, accanto al trasportato.

Al momento, il quadro che emerge è quello di un procedere alla carlona con poco rispetto dei ruoli professionali, dai quali mai si deve prescindere, se veramente nella volontà di assicurare un servizio sicuro. È inammissibile che un autista faccia o chieda di fare l’infermiere accanto al malato e, viceversa, risulta sempre inaccettabile che altri conduca un’ambulanza senza averne titolo. Questo deve essere chiarito urgentemente in una vicenda che offende il buonsenso e la civiltà dei forlivesi.

Quanto accaduto conferma sicuramente la diffusa inclinazione di tanti a non stare più al proprio posto, forse nella ricerca, soddisfazione di ruoli o ambizioni o protagonismi, meno oscuri, anonimi di quello, previsto, ad esempio, per la qualifica di conducente. Particolarmente deplorevole che in questo caso forlivese i colleghi conoscessero il ripetuto svolgimento da parte dell’indagato di un compito, estraneo al proprio profilo professionale. Eppure, tutto questo non mi ha sorpreso, ritenendolo inevitabile in una Forlì, dove, ormai, pochi stanno al loro posto o giustamente sono nella condizione di poter aspirare a qualcosa di più.

Nella “Forlì che brilla” e aspira a “capitale italiana della cultura 2028” senza averne concrete qualità sostanziali quanti, politici e non, risultano, ad esempio, fuori luogo a rivestire i ruoli, loro assegnati in via burocratica o affidati da un voto incauto, pure manipolato dall’abbinamento delle preferenze? Nella risposta a questa domanda si colloca il perché, anno dopo anno, la “Forlì che brilla” diventi sempre più un fenomeno da giostrai più che da saggi amministratori; il perché l’aspirazione forlivese alla capitale italiana della cultura sia stata costruita frettolosamente e forzatamente sui fichi secchi di un progetto, fatto solamente di irrisolta ordinarietà amministrativa.

Aggiungo, inoltre il perché diversi politici forlivesi, campioni di spocchia e fastidiose pulci, saltatrici da un partito all’altro, non si rassegnino a stare al proprio posto, ma vogliano contare di più, tanto riottosi a riconoscersi nella sola abilità di far flanella su qualche scranno. Ormai, c’è un diffuso scadimento dei valori, delle finalità e delle responsabilità, personali e collettive, quindi della complessiva civiltà nazionale o cittadina, come nel caso occorso a Forlì. In questo clima di gente che vuole strafare pare inserirsi la vicenda della Croce Rossa, gravemente offesa nella sua missione e nel suo efficiente contributo di sussidiarietà.

Franco D’Emilio

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