Il dibattito sul riassetto istituzionale della Romagna si accende e assume i contorni di uno scontro politico e territoriale aperto. A rompere gli indugi è Ascom Confcommercio, che interviene con una posizione netta e priva di diplomazia: un secco “no” al progetto di una Provincia unica, controbilanciato da una proposta provocatoria ma strategica, ovvero l’istituzione di una vera e propria Regione Romagna. Al centro del malumore dei commercianti c’è il timore del progressivo impoverimento economico e politico del comprensorio forlivese, schiacciato dalle rivendicazioni dei territori vicini e penalizzato da una rappresentanza locale giudicata finora inadeguata.
L’idea di accorpare le attuali amministrazioni provinciali in un unico grande ente macro-territoriale – un’ipotesi circolata a lungo e sostenuta da diversi attori istituzionali – viene rigettata con forza dall’associazione di categoria. Secondo Confcommercio, questo scenario non garantirebbe affatto la tutela dei servizi, ma rischierebbe al contrario di diluire il peso politico di Forlì.
Da qui nasce il rilancio di una vecchia ambizione geopolitica: la Regione Romagna. Una realtà che, numeri alla mano, metterebbe insieme un bacino di circa 1,1 milioni di abitanti e un Prodotto Interno Lordo stimato tra i 38 e i 40 miliardi di euro sui circa 199 complessivi dell’intera Emilia-Romagna. Una massa critica imponente, divisa tra Forlì-Cesena (394.000 residenti), Ravenna (388.000) e Rimini (340.000), capace di trattare alla pari con Bologna.
Pur riconoscendo che la nascita del nuovo ente regionale rappresenti una sfida al limite dell’impossibile, i vertici di via fiera sottolineano come la proposta serva a tracciare una linea di difesa per Forlì e il suo comprensorio. Il timore esplicito è che le province limitrofe continuino a fare “shopping” di risorse e infrastrutture a danno del Forlivese. Sotto la lente d’ingrandimento finiscono i nodi strategici della Fiera e dell’aeroporto “Ridolfi”, uno scalo cittadino che – accusa l’associazione – si sta tentando di depotenziare a tutto vantaggio delle altre aree romagnole, nonostante qualunque grande città italiana farebbe carte false per disporre di una simile infrastruttura da difendere adeguatamente.
L’atto d’accusa si sposta poi sul piano strettamente politico. Confcommercio stigmatizza la scarsa incisività della rappresentanza forlivese in Regione: sebbene la Romagna esprima i propri consiglieri, la voce di Forlì appare sistematicamente sommersa da quella di Ravenna e Rimini. Una debolezza che si traduce concretamente nel dirottamento di flussi di denaro verso l’area portuale ravennate o verso i progetti di potenziamento dell’aeroporto “Fellini” di Rimini. Più che una sottovalutazione della Romagna da parte di Bologna, emerge dunque l’incapacità storica di Forlì di attrarre investimenti. In questo senso, la battaglia per la fermata dell’Alta Velocità ferroviaria diventa un crinale decisivo: Forlì deve imporsi come snodo di riferimento per i treni veloci, pena la perdita definitiva di un fiore all’occhiello infrastrutturale e di un treno di sviluppo economico irripetibile.
Dall’associazione non si risparmia una stoccata amara sulle dinamiche di vicinato: quando si presenta un potenziale vantaggio per il Forlivese, i territori vicini si mobilitano immediatamente tramite i propri rappresentanti per chiedere compensazioni o cambi di rotta a proprio favore, mentre non si ricordano esponenti istituzionali forlivesi capaci di fare altrettanto a parti invertite. Per invertire questa tendenza, viene chiesta una netta virata verso il gioco di squadra e una classe politica pronta a “dare battaglia verbalmente” per difendere gli interessi cittadini, nel rispetto della correttezza reciproca tra territori.
Ma il riassetto istituzionale, per essere efficace e ridurre davvero i costi garantendo i servizi, deve partire dal basso, toccando la geografia dei piccoli Comuni delle vallate. La ricetta avanzata prevede fusioni coraggiose tra le micro-amministrazioni. Nel mirino finisce il caso di Premilcuore, un Comune di appena 680 abitanti che deve sostenere una macchina di 6-7 dipendenti propri oltre a quelli in condivisione con l’Unione dei Comuni: la soluzione indicata è la fusione con la vicina Predappio. Un discorso analogo viene applicato alla vallata del Montone, dove l’unione di quattro municipalità – Castrocaro Terme e Terra del Sole, Dovadola, Rocca San Casciano e Portico e San Benedetto – darebbe vita a un unico ente da 10.660 abitanti, pari alla popolazione di Meldola. Questa razionalizzazione permetterebbe di tagliare le poltrone dirigenziali e generare economie di scala senza intaccare i servizi di prossimità.
La questione dei servizi resta infatti il vero nodo centrale del futuro montano. Citando i dati di una recente indagine del Sole 24 Ore, Confcommercio ricorda che appena un piccolo Comune su cinque sotto i 5.000 abitanti riesce oggi a garantire i servizi di base (sportelli bancari, uffici postali, farmacie e distributori di carburante). Un Comune unico e aggregato avrebbe una forza contrattuale e una capacità negoziale nettamente superiori di fronte a colossi bancari o a Poste Italiane per evitare la desertificazione dei servizi nei territori svantaggiati.
Infine, l’appello si rivolge all’esecutivo nazionale affinché acceleri l’emanazione dei decreti attuativi della Legge sulla Montagna (la n. 131 del 2025), essenziale per sbloccare bonus nascita e incentivi fiscali destinati a chi resiste nelle aree periferiche. La sfida ai decisori politici è lanciata: la governance della Romagna va discussa e condivisa, rifiutando percorsi già tracciati dall’alto senza un reale confronto con le forze economiche.