Quando nella ricorrenza del Giorno del Ricordo lo cercano, lo chiamano per la sua testimonianza, Bruno Stipcevich, da oltre 65 anni residente a Meldola, non dice mai di no. Ma mai perché obbligato, magari dal peso istituzionale dell’invito ricevuto, ma sempre e soltanto perché deciso a cogliere ogni occasione per tener fede all’impegno personale, umano e morale, di attestare la tragica vicenda di migliaia di italiani, come lui costretti all’esodo dall’Istria, dalla Dalmazia e parte della Venezia Giulia, poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Fu allora, infatti, il caro Bruno ne è stato testimone e vittima, che quei territori finirono nelle mani della dittatura jugoslava sotto la guida di Josip Broz, detto Tito, formatosi alla scuola del terrore e dell’egemonia comunista di Mosca. Così, Bruno Stipcevich, nato a Zara sulla costa dalmata nel 1939, dunque zaratino doc, tuttora con una grande nostalgia dei suoi luoghi natii, e tanti altri italiani giuliano-dalmati, come lui ritenuti assurdamente colpevoli della loro identità linguistica, culturale e religiosa di chiara matrice italiana, si trovarono a passare dalla padella alla brace, dalla dittatura fascista a quella comunista.
Due regimi totalitari, diversamente ispirati, però pari nella persecuzione etnica: prima, i fascisti contro gli slavi; poi, i comunisti jugoslavi contro le comunità italiane, presenti sul loro territorio nazionale e purtroppo equiparate “tout court” ad una presenza fascista o accusate di collaborazionismo col regime mussoliniano.
Davvero ignobile, quindi, la persecuzione politica degli italiani giuliano-dalmati, la grande maggioranza dei quali mai schieratasi a favore del Fascismo, anche perché costituita da ceti popolari, poco disponibili al consenso in camicia nera. Lo stesso Bruno e la sua famiglia erano gente modesta, né fascista né comunista, solo rassegnata a tanto lavoro per assicurarsi il pane quotidiano, anche poco che fosse, ma sempre santo nel proprio credo cristiano.
Eppure, Bruno Stipcevich ha conosciuto la spoliazione e la persecuzione della sua famiglia; egli stesso, prelevato dalla milizia comunista, è stato pestato duramente in una caserma; ancora, ha visto i “titini” uccidere italiani dalmati, prima costretti a scavarsi la fossa; ha saputo, invece, di altri, mani legate dietro la schiena e un peso al collo, portati al largo e fatti annegare in mare aperto.
Bruno Stipcevich, testimone eroico di quelle nefandezze tra il 1948 e il 1958, non si arrese allora, ma neppure dopo, quando espulso conobbe in Italia l’accoglienza vergognosa e fatiscente dei Centri di Smistamento Profughi, prima a Udine, poi a Laterina in provincia di Arezzo: solamente tanta brodaglia, scarafaggi e freddo. Non si arrese neanche dinanzi all’ostile e bieca propaganda comunista, organizzata al passaggio dei treni di profughi nelle stazioni di Firenze, Bologna e Milano. Presto, l’italiano dalmata Bruno Stipcevich comprese di non doversi aspettare niente, nessun concreto aiuto dall’ingrata Italia, ma doveva solo confidare nella sua tenacia di italiano di diversa provenienza, discriminato nell’unica terra madre di riferimento.
Con questo voglio significare quanto la partecipazione di Bruno a commemorazioni del Giorno del Ricordo od altre equivalenti sia ben lontana da ogni gratitudine personale a certa Italia politica, amministrativa, anche religiosa, solo rimasta gravemente distante e distratta rispetto alla difficile condizione sociale ed economica degli italiani giuliano-dalmati. Bruno e tanti col suo destino sono stati costretti al ruolo di poveri immigrati, ironia della sorte, antesignani di difficile integrazione, seppure e addirittura nella terra di comune lingua, cultura e parte delle tradizioni.
Bruno, come altri con una vicenda umana simile alla sua, è eroe, testimone di tanta vita e storia all’insegna di un’indomita italianità, costata sacrifici, amarezza, spesso pure umiliazioni per l’avversione e l’indifferenza di tanta Italia politica, soprattutto di sinistra. Il cuore italiano giuliano-dalmata di Bruno, oggi gagliardo cittadino meldolese di 87 anni, non si è mai arreso dinanzi alle molte porte sbattutegli in faccia, in malo modo o con pesante ipocrisia; senza mai perdere un colpo il medesimo cuore ha battuto ben 34 anni di lavoro dipendente e, durante una breve disoccupazione, ha sostenuto anche l’impegno faticoso e mal retribuito in un autolavaggio.
Quindi, quale gratitudine può essere mai dovuta all’Italia da Bruno ed altri nelle sue stesse condizioni? Sono, invece, l’Italia e le città di Forlì e Meldola, tra le quali si è svolta gran parte della sua esistenza degna e laboriosa, a risultare debitrici a Bruno Stipcevich del suo tributo di tanto vero patriottismo ed esemplare cittadinanza attiva, sempre e soltanto all’insegna del proprio lavoro, della propria famiglia e del personale sogno di un mondo senza più profughi, in qualunque parte del mondo. Lo sguardo fisso nelle palle degli occhi altrui, sorride sempre Bruno quando stringe la mano di un amico, vecchio o nuovo che sia, nella morsa schietta della sua simpatia.
Ancora di più sorride su qualche immancabile battuta, relativa alla sua vicenda di italiano dalmata, perseguitato dalla dittatura comunista jugoslava. Quando, ad esempio, ricorda la spoliazione dei pochi beni della sua famiglia, spesso rievoca la confisca a lui, poco più di un ragazzo, della preziosa ed amata bicicletta: confisca motivata perché “necessaria alla causa e alla vittoria del comunismo”. Allora, con il suo ineffabile sorriso la butta lì, pungente ed ironica domanda: “Che col tempo, dai e dai, si sia rotta finalmente la catena della mia bici e anche questo sia servito a non far pedalare più il comunismo sulla strada a fondo cieco della sua dittatura? Chissà, però mi piace crederlo!”
Franco D’Emilio