Ieri, nel salone comunale di Forlì è stato presentato il dossier della candidatura forlivese a capitale italiana della cultura 2028 e dal salone è davvero straboccato un fiume alluvionale di parole, paroloni ed illusori propositi, buoni quanto specchietti per le allodole o, nel migliore dei casi, capaci di gabbare degli allocchi. L’ennesima inondazione di fumose chiacchiere da parte di un’Amministrazione comunale che insegue l’azzardato sogno della capitale per distrarre i cittadini forlivesi dal grave dissesto e abbandono, oltre alla deplorevole dispersione, del loro patrimonio culturale, museale e bibliografico-archivistico.
C’era tutto il gotha politico-amministrativo e culturale della Romagna forlivese, cesenate ed oltre: quasi 50 sindaci; poi, il presidente dell’apposito comitato scientifico ad hoc; infine, le tante associazioni culturali, alcune soltanto fittizie, comunque pronte alla possibilità che per loro si aggiunga un posto a tavola, come nella celebre commedia musicale di Garinei e Giovannini. Finalmente, è stata sciorinata la lenzuolata conclusiva del progetto elaborato dalle teste d’uovo del comitato scientifico sotto la guida del presidente Brunelli, ineffabile patron della inestinguibile litania di mostre al San Domenico.
Per fortuna, 14 i membri di detto comitato poiché 13 dice sempre male e porta sfiga, sia attorno ad una tavola imbandita che ad un tavolo di grandi progetti per far credere “ciò che non siamo”, direbbe il grande Montale. Cosa n’è uscito fuori? Direi un vino frizzantino di esuberanti, ma sciape bollicine, vanamente emule del perlage di un ottimo prosecco Valdobiaddene. Tutto, però, insaporito da tanta cremosa, quasi spumosa maionese che tanto bene copre e falsa la poca ciccia nel piatto, insomma la pillola è risultata indorata al punto giusto.
Il sindaco Zattini ha parlato come un profeta ispirato: «La disseminazione del progetto è un valore aggiunto del nostro dossier. I tanti cammini della Romagna hanno rotto le mura, aprendoci a un territorio tanto vasto quanto ricco di conoscenza nel nome della leva culturale. Il dossier redatto da Brunelli con il supporto di tutto il comitato scientifico non è un libro dei sogni, ma un vero e proprio piano strategico della cultura, un capolavoro di progettualità e una precisa road map verso il futuro».
Quando la mosaica divisione delle acque del mare tra il dire e il fare Forlì capitale italiana della cultura 2028? Quanto esposto e sotteso a tali enfatiche, altisonanti conclusioni non mi ha convinto, eppure con onestà intellettuale ho cercato di considerare l’opportunità e la consistenza, la finalità e la ricaduta di quanto ideato da tanta fucina di idee per l’illusorio progetto “Forlì – I sentieri della bellezza”. Non mi hanno convinto, ho riportato l’impressione delle solite, inutili fatiche di Sisifo per salire in vetta verso la capitale della cultura, trascinando stavolta l’onerosa pietra al piede delle cattive condizioni del patrimonio culturale della Romagna forlivese.
Potrei infierire, citando casi, pure eclatanti, di mala gestione culturale in qualche nostro comune, ma non voglio esagerare, quale novello Fabrizio Maramaldo nella battaglia di Gavinana del 1530. D’altronde, ancora pochi giorni e a Roma presso il Ministero della cultura, nelle giornate del 26 e 27 febbraio prossimi, l’apposita commissione giudicatrice quale città degna di diventare capitale della cultura esaminerà il valore dei progetti presentate dalle 10 finaliste, Forlì azzardatamente compresa.
Domattina presto torno a Roma dopo il mio fugace ritorno “mordi e fuggi”, ma oggi nel pomeriggio ho girovagato per Forlì lungo la via crucis della cultura in rovina: Palazzo Albertini ancora chiuso per interminabili lavori; Palazzo Merenda ancora a porte sbarrate; ex GIL anch’essa al momento incompiuta; l’ex Asilo Santarelli miseramente distolto dalle iniziali finalità, ispiratrici del suo complessivo restauro; infine, Palazzo Romagnoli saltato nel buio del passaggio da prestigiosa sede museale a soluzione tampone, chissà se temporanea, per i servizi bibliotecari. La mia solo una lamentosa solfa? Il tempo è sempre galantuomo: illumina la verità e smaschera la falsità delle vane illusioni.
Franco D’Emilio