Musei senza personale? Una crisi che ha radici più profonde e inquietanti

Musei San Domenico interno

Come un fiume carsico riappare periodicamente e subito fa notizia, riempie le pagine dei giornali e la cronaca radiotelevisiva, soprattutto in tempi di vacanze e propizi ponti festaioli: grave sottorganico degli addetti nel settore della cultura, soprattutto per quanto riguarda la vigilanza e l’accoglienza nelle strutture museali? È sicuramente un problema grave e cronico, duraturo da tempo, ma non addebitabile solo alla mala gestione del personale da parte sia del Ministero della cultura che degli altri enti, pubblici e privati, detentori di musei (nella foto il San Domenico di Forlì), centri monumentali e biblioteche.

Da qui, in questi giorni, la protesta di lavoratori e sindacati in piazza a Firenze sotto la Galleria degli Uffizi, come altrove: diverse, infatti, le segnalazioni di un diffuso malcontento contro gli organici ridotti, il precariato, la scarsità del reclutamento con appositi concorsi. Protesta giusta, legittima, ma, in parte, falsata da un vergognoso, longevo malcostume gestionale del personale, per cui si consente l’accesso al lavoro culturale dalle qualifiche inferiori, come quelle attinenti all’area della vigilanza e custodia, ma, poi, giocando sul favoritismo e il clientelismo, mali endemici dell’impiego pubblico e privato, si permette l’attribuzione di mansioni superiori.

Questo, sia nell’interesse degli enti culturali sia della speranza del fortunati lavoratori beneficiari, che tale condizione si stabilizzi, prima o poi, in un avanzamento di carriera. Tra i custodi e altre qualifiche inferiori non manca, infatti, una pletora di diplomati e laureati, pavidi ad affrontare concorsi rispondenti ai loro titoli, quindi più inclini ad assicurarsi un posto di pubblico impiego su una qualifica di minore requisito culturale, quale il semplice diploma di licenza media inferiore.

Poi, attraverso il meccanismo clientelare, il favoritismo e la “catena degli amici degli amici” da custode o altro si sale a mansioni superiori, ai piani “soprastanti” il lavoro tedioso delle sale museali, in attesa che il nuovo incarico sia riconosciuto, magari pure attraverso vergognosi, approssimativi processi di riqualificazione interna, che con il coinvolgimento anche dell’immancabile presenza dei sindacati ha già, in un recente passato, prodotto avanzamenti di carriera a dipendenti di scarsa capacità. Per carità, non sempre di tutto, lavoratori compresi, si può fare un unico fascio, ma il sottorganico dei lavoratori della cultura è meno grave di quello che tanto falsamente si agita in queste ore.

Blocchiamo la vergogna di accedere al lavoro culturale da chierici con la speranza di divenirne monsignori, vescovi o cardinali! Blocchiamo la tecnica dell’istrice: si entra e, al minimo, si mette piede nell’impiego culturale, poi rizzando gli aculei ci si fa strada per le “vie brevi” alla ricerca di un migliore posto al sole. Per 38 anni ho lavorato come funzionario scientifico nell’amministrazione del Ministero della cultura, vedendo vergogne gestionali e sindacali, davvero riprovevoli, conoscendo proteste dei lavoratori, molto interessatamente pilotate, dunque niente affatto nobili, tanto meno nell’interesse della cultura.

Franco D’Emilio

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