Ieri mattina, l’inizio del riordino del vasto archivio, accolto con un’estesa biblioteca entro quattro immensi, magnifici saloni, tra loro comunicanti all’ultimo piano di un palazzo nobiliare a Roma. Oltre i vetri colorati di una veranda liberty la vista di tanti tetti capitolini e, poco sotto, uno squarcio di Campo dei Fiori col suo mercato mattutino, sino a intravedere il monumento a Giordano Bruno, severo e indomito nel punto dove lo stesso filosofo nolano fu arso vivo il 17 febbraio 1600 per condanna del Sant’Uffizio, a scontare così l’eresia del suo libero pensiero.
Tre saloni zeppi di libri, dagli inizi del ventesimo secolo sino ai nostri giorni; un quarto salone, invece riservato, in parte, a testi e atlanti antichi e per il resto tutto colmo di cassette, buste e faldoni dell’archivio dei padroni di casa. A me tocca occuparmi solo del patrimonio archivistico, relativo alla prima metà del ‘900, visibilmente in gran disordine, ma il caos non mi inquieta: con il tempo giusto, con molta benedettina pazienza e, soprattutto, con tanta testarda tenacia si potranno rimettere assieme le carte secondo titoli, categorie e fascicoli.
Eppure, questo ennesimo lavoro archivistico pare davvero iniziato sotto buoni auspici, quasi nel segno dei detti proverbiali “chi cerca trova” e “chi ben comincia è a metà dell’opera”. Infatti, dalla sesta busta, perlopiù documenti militari della Guerra Italo-Turca (29 settembre 1911-18 ottobre 1912), mi è balzata fuori la sorpresa di un forlivese, eroico come sono quanti sacrificano la loro vita per il proprio paese. Dalle carte è riemerso il nome del giovane Pietro Bonavita, fante piumato dell’8° Reggimento Bersaglieri, in Libia sotto il comando del colonnello comandante Giovanni Maggiotto.
Dall’ordine del giorno 16 dicembre 1911 di quel reggimento, dislocato a Homs, città della regione libica della Tripolitania, si apprende della morte, sul campo di battaglia nella giornata precedente, di quattro italiani, un alpino e tre bersaglieri, tra quest’ultimi, appunto, Pietro Bonavita di Forlì. Nella retorica militare dell’epoca il documento saluta e onora l’estremo sacrificio dei quattro caduti che “gareggiarono in audacia per ricevere il solenne battesimo del fuoco”: dunque il nostro Pietro Bonavita, caduto tanto sfortunatamente, addirittura nel suo primo giorno di combattimento in terra libica per il sogno coloniale dell’Italia sabauda e giolittiana.
Da poco arrivato da Forlì al corpo in zona operativa di guerra e presto sacrificato sull’altare della patria: sacrificio che l’ordine del giorno del colonnello comandante Maggiotto celebra con un finale “Urrah!! Alle vittime della santa idealità: il Dovere!” Che dire? Un triste intreccio tra la grande storia nazionale e la vicenda umana di un forlivese, bersagliere per coscrizione obbligatoria, chissà quanto a scapito del suo libero spirito romagnolo. Una vita in sacrificio per la patria, tale risulta la morte del bersagliere forlivese Pietro Bonavita, ma dietro quale impegno, attenzione, anche costi materiali da parte dello stato e dell’esercito?
Intendo dire che da altri ordini del giorno o avvisi, sempre a firma del colonnello comandante Giovanni Maggiotto e ora rinvenuti nell’archivio romano, si apprende quanto i valorosi bersaglieri dell’8° Reggimento fossero costretti a vivere nel timore di severe punizioni, addirittura per infrazioni lievi della disciplina militare. Fra tali punizioni eccessive colpisce quella inflitta il 16 novembre 1911 con la seguente motivazione “Infliggo al Bers. Burgalassi Oreste 10 giorni di ferri (costrizione dei piedi o delle mani con catene o ceppi, N.d.A.), ½ ora al giorno pel seguente motivo: ripetutamente, scarsa cura dell’arma e dispositivi in dotazione”.
Intendo aggiungere che dagli stessi ordini di servizio o avvisi si apprende quanto scarso fosse il rancio ovvero il pasto dei soldati, spesso rimostranti per questa penuria alimentare: un ordine di servizio del 2 dicembre 1911 dispone che ancora “Alla truppa sia distribuita carne in conserva – una scatoletta ogni due militari – con galletta.” (ogni scatoletta conteneva 220 grammi di carne, pari ad un’odierna Simmenthal; la galletta di pane pesava 200 grammi, N.d.A.). Davvero una dieta minima, insufficiente all’impegno fisico e allo stress psicologico del combattente!
Non basta, nello stesso ordine di servizio del 2 dicembre 1911 si dispone pure che “ad evitare spreco il caporale Carpentiero non faccia ulteriore distribuzione, senza mia autorizzazione scritta, di sparto per la giacitura dei militari, pur nella necessità di cambio per ragioni igieniche (lo sparto, in stuoie o sciolto, è una fibra tessile, ricavata dall’omonima, resistente pianta erbacea; nella Guerra Italo-Turca i nostri soldati usavano lo sparto per non giacere sulla nuda terra, sabbiosa o petrosa che fosse, N.d.A.). Dunque, la vita del bersagliere forlivese Pietro Bonavita, caduto al suo battesimo di fuoco, era valsa ogni giorno appena una mezza scatoletta di carne in conserva, una galletta di pane ed un misero giaciglio di sparto senza frequente ricambio: nulla di più.
Patetica Italietta colonialista con le pezze al culo! La vicenda di Pietro mi ha colpito e commosso, nonostante lo spunto di rabbia per quanta miseria umana vi sia nelle decisioni della grande storia a scapito della vicenda di ogni cittadino, costretto a subire la sorte di suddito. Ho immaginato il postino o il carabiniere che a Forlì recasse alla madre la notifica burocratica della morte dell’amato figlio Pietro; ho immaginato quel tanto doloroso strazio materno, conferma quanto siano indiscutibili le parole di Albert Einstein “La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”.
Franco D’Emilio