Da Cervia quel compagno di scuola di Benito

Rino Alessi

Non credere che il nostro collegio sia come quello dei salesiani di Faenza … omissis … Due persone soltanto contano qui dentro, il direttore della scuola e un allievo del terzo corso: Benito M.”. Così nell’autunno del 1900 il giovane Riccardo informava l’amico Rino, cervese come lui, appena arrivato dalla cittadina litoranea, circa la vita all’interno del collegio, annesso alla Regia Scuola Normale di Forlimpopoli: Rino, grazie alla concessione di una borsa di studio, avrebbe frequentato il primo dei tre anni di corso dell’istituto, giusto in tempo per vedere conseguita dal famigerato Benito M. la licenza d’onore, abilitante all’insegnamento in entrambi i livelli della scuola elementare, quello dalla prima alla seconda e l’altro dalla terza alla quinta, come stabilito dalla legge Coppino del 1877.

Già famigerato, infatti tristemente noto alle cronache dell’epoca e un po’ per tutta la Romagna, Benito M. altri non è che l’allora indomito ribelle Benito Mussolini.
Rino, ragazzetto timido con tanta voglia di studiare e riscattarsi dalle ristrettezze della sua povera famiglia di salinari, due anni più piccolo del futuro Duce, è, invece, Rino Alessi (Cervia, 1885-1970), proprio lui, uno dei giornalisti, scrittori e saggisti italiani più importanti della prima metà del ‘900.

Quel Benito, nominato dall’amico, subito incuriosisce Rino, quasi per la voglia di assicurarsi se a quel nome corrisponda la stessa persona della quale ha già sentito parlare a Cervia, sia nel bene che nel male: “Il nome non mi tornò nuovo. Domandai: -E’ quello studente che fa i discorsi in giro per i nostri paesi?-”
Lapidaria la risposta: – Proprio lui. –
In Rino la curiosità sfida la prudenza dai cattivi compagni, raccomandatagli dai genitori alla partenza da Cervia, e, sentendo l’amico Riccardo rievocare un discorso del futuro Duce nel consiglio comunale di Forlimpopoli dopo la “rivolta della legna” per il gran freddo entro la regia Scuola Normale, non può che stupito chiedere: – Un discorso? –
– Lo sentirai a parlare. Nessuno direbbe che sia un ragazzo come noi. Ma che carattere! Un’iradiddio! –
– Fa tanta paura? –
– Io per me lo scanso …omissis … egli giustifica la violenza e, all’occorrenza, l’impiega. Porta il coltello in tasca. Se gli capita lo tira fuori! –

Così Rino Alessi racconta di Benito nel suo “Calda era la terra”, romanzo del 1915, poi riedito nel 1958: lo stesso Provveditore agli Studi di Forlì in visita alla Regia Scuola di Forlimpopoli aveva manifestato al direttore Valfredo Carducci, fratello del grande poeta, la sua preoccupazione per “quel ragazzaccio di Predappio”, comiziante e scrittore su giornali sovversivi fino alla possibile denunzia per “apologia del regicidio” per un articolo sulla Comune di Parigi.

In fondo, il giovane Rino finisce per subire il fascino del “ragazzaccio di Predappio”, ribattezzato anche “il matto di Dovia” dall’economo della scuola, percepisce come Benito “era entrato con la fama del genio giovinetto, destinato a grandi azioni, sopra tutto in quel campo dell’attività umana che i romagnoli di allora prediligevano sopra ogni altra cosa: la politica”.
Schivo, distaccato, incurante di quanto gli accadesse attorno, così Rino Alessi descrive Benito, riconoscendo, però, come quel ribelle fosse capace di suscitare in lui più attrazione che antipatia e, tantomeno, paura.

Quando lo conosce direttamente e gli parla, Rino comprende come quel predappiese sia febbricitante di vivere di corsa la vita, quasi disponendo di una maturità, di un’esperienza di vita diversa da quella dei giovani della sua età: questa considerazione pare rafforzarsi nel racconto come Benito in cima ad un campanile si fosse ricavato un rifugio per trascorre il tempo libero “a leggere gli scritti di Bakunin, di Cafiero, le vita dei grandi rivoluzionari, i romanzi veristi di Zola e Gorki”.
Sul filo del Fascismo ancora, poi, si incontrarono, pure divergendo tra loro, Benito e Rino, il primo nel suo ruolo di Duce, il secondo in quello di grande giornalista, famoso corrispondente di guerra, infine direttore del Piccolo di Trieste.
In fondo, due vite quasi parallele di una Romagna romantica nel turbine delle sue passioni.

Franco D’Emilio

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