Avvocato Minutillo, da tempo lei fa parte, soprattutto rappresenta e sostiene nella Romagna forlivese la Fraternità di San Pio X (nella foto Francesco Minutillo con don Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità San Pio X), congregazione cattolica tradizionalista, fondata nel 1970 a Friburgo in Svizzera da monsignor Marcel Lefebvre e, pochi giorni fa, nuovamente incorsa nella scomunica da parte della Chiesa di Roma, avendo consacrato quattro vescovi, fuori dall’autorizzazione del Papa, quali le sue argomentazioni al riguardo?
«Noi rifiutiamo categoricamente la validità, la liceità delle sanzioni di scomunica e di scisma, per questo, al riguardo, vogliamo far chiarezza al di là delle semplificazioni giornalistiche. Innanzitutto, il Vaticano, ad opera del Cardinale Fernández, e non del Papa, ha emesso un decreto di scomunica latae sententiae, ovvero una sanzione canonica irrogata senza processo nei confronti dei nostri Vescovi per aver proceduto alla consacrazione episcopale senza mandato pontificio. Il Vaticano sostiene anche che tale atto integrerebbe uno scisma da parte della Fraternità San Pio X (FSSPX) e che, conseguentemente, anche i fedeli che seguano la FSSPX e la legittimità di queste consacrazioni incorrerebbero, a loro volta, nella scomunica latae sententiae per adesione allo scisma. Dire ad un cattolico di essere scismatico è l’insulto più orribile».
Dunque, la Fraternità è disobbediente, ma non scismatica?
«La Fraternità San Pio X non è scismatica. Già il cardinale Tommaso de Vio, detto il Gaetano, uno dei più insigni teologi di tutti i tempi, dice esplicitamente: «Disobbedire, anche ostinatamente, al Sommo Pontefice non costituisce uno scisma. Ciò che costituisce uno scisma, è non voler sottomettersi a lui come capo di tutta la Chiesa». La Fraternità non ha mai negato il Primato del Romano Pontefice: ne riconosce l’autorità, ne pronuncia il nome nella Santa Messa e gli obbedisce in tutto ciò che non comporti l’adesione agli errori modernisti, sorti dopo il Concilio Vaticano II, come l’ecumenismo e la libertà religiosa. Ad esempio abbiamo aderito al Giubileo. Anche le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio non costituiscono, di per sé, uno scisma. I Vescovi della Fraternità non pretendono alcuna giurisdizione sulle diocesi: ricevono soltanto il potere d’ordine necessario ad amministrare i sacramenti della Cresima e dell’Ordinazione di Sacerdoti, senza, quindi, usurpare alcuna prerogativa del Papa. Solo questo hanno fatto dal 1988 ad oggi».
Ma è lecita la disobbedienza al Papa?
«La tradizione cattolica insegna, da San Tommaso d’Aquino a Leone XIII, che l’obbedienza non è un valore assoluto. Quando un’autorità impone ciò che mette in pericolo la fede o la salvezza delle anime, non solo è lecito, ma può diventare doveroso resistere. Il grande teologo domenicano Juan de Torquemada affermò nella Summa de Ecclesia: «Se il Romano Pontefice comanda qualcosa che è di per sé cattivo, cioè contrario alla legge divina, alla fede o alla salvezza delle anime, in tali casi la separazione dal Romano Pontefice mediante la disobbedienza non è illecita e, di conseguenza, non deve essere chiamata scisma». Le consacrazioni episcopali erano indispensabili per garantire la sopravvivenza della Fraternità San Pio X. Senza nuovi vescovi, a breve, non sarebbe più stato possibile ordinare sacerdoti e, di conseguenza, sarebbero progressivamente scomparsi la messa tradizionale, i sacramenti tradizionali e l’insegnamento integrale della dottrina cattolica. L’alternativa sarebbe stata dipendere da Roma, accettando, almeno di fatto, gli insegnamenti del Concilio Vaticano II e del postconcilio, rinunciando, così, anche a criticarli pubblicamente. Del resto, lo stesso decreto del Vaticano, emanato dopo le consacrazioni, considerate “abusive”, impone, come condizione per il rientro nella piena comunione, una vera e propria abiura: l’accettazione del Concilio Vaticano II secondo l’interpretazione del Magistero attuale e l’impegno a non contestarne gli insegnamenti. Sarà un caso, ma non chiede di professare la fede cattolica».
La Fraternità di San Pio X si oppone da sempre all’indirizzo innovativo della Chiesa, promosso dal Concilio Vaticano II, quindi a tutto ciò che definisce “infausto modernismo”, compreso l’ecumenismo, il confronto interreligioso ed ogni celebrazione del culto, irrispettosa della tradizione tridentina: quale senso ha tale conservatorismo dogmatico, passatista, a tratti intollerante sia rispetto alla comunità globale di 1,4 miliardi di cattolici nel mondo sia rispetto alla Chiesa forlivese e, infine, alla piccola comunità a Forlì della Fraternità di San Pio X?
«Il Concilio Vaticano II ha segnato la vittoria del modernismo, cioè di una corrente della Chiesa, influenzata da principi di matrice massonica, come libertà, uguaglianza e fratellanza, che hanno progressivamente sostituito la centralità di Cristo con una visione umano centrica e mondana. Per noi, invece, si è fratelli soltanto in Cristo e amare il prossimo significa anzitutto desiderarne la salvezza eterna, non semplicemente vivere una pacifica convivenza o risolvere problemi materiali, pur gravi, come la fame e l’inquinamento. La Chiesa non è una Onlus di beneficenza. La sua missione caritatevole trascende questo mondo. Invece nella ricerca spasmodica dell’approvazione mondana la Chiesa ha modificato profondamente la liturgia e l’impostazione pastorale, trasformando la Messa da sacrificio di Cristo a celebrazione centrata sull’assemblea, inseguendo le eresie protestanti. I risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti: chiese sempre più vuote, crisi di vocazioni seminari che chiudono, parrocchie accorpate, famiglie che non trasmettono più la fede ai figli».
La Fraternita di San Pio X non conosce la crisi delle vocazioni?
«Direi proprio di no. Il nostro Priorato di Rimini che conta un migliaio di fedeli, quanto una piccola parrocchia forlivese, solo negli ultimi anni ha dato alla Chiesa 4 sacerdoti, tra cui il forlivese Don Marco Laghi; ora abbiamo ben 5 seminaristi (tra loro un forlivese), un frate novizio sempre di Forlì, e due suore: insomma, più dell’intera diocesi di Forlì Bertinoro, ben cinquanta volte più grande. La crisi delle vocazioni sussiste solo dove non c’è fede. E le nostre famiglie sono numerose, molte con tanti figli. Se l’Italia e l’Europa fossero cattoliche come la Fraternità, allora veramente si ridurrebbe lo spazio per l’immigrazione».
Perché fermamente contrari al pluralismo religioso?
«Nella nostra diocesi vediamo gli effetti di questa deriva. Il vescovo Corazza ha esaltato in cattedrale il cosiddetto Documento di Abu Dhabi; quindi, che “Il pluralismo e la diversità di religione sono una sapiente volontà divina”, arrivando ad affermare che chi non condivide quella visione della fratellanza universale non sarebbe degno di guardare la Madonna del Fuoco. Affermazione, questa, in pieno contrasto con il primo comandamento ovvero che la sola religione rivelata e voluta positivamente da Dio per la salvezza sia quella cristiana. Noi, invece, continuiamo a credere che la missione della Chiesa non sia seguire il mondo, ma condurre le anime a Cristo. Ed è per questo che continuiamo a difendere la Tradizione millenaria della Chiesa».
È davvero convinto, se sì ne esemplifichi le ragioni, che la fraternità lefebvriana stia nel rispetto, soprattutto sia coerente con l’insegnamento del Vangelo, magari con l’impegno francescano e dei tanti santi nel nome della redenzione morale e sociale?
«Assolutamente sì. Noi non seguiamo una dottrina nuova: seguiamo la fede e la dottrina che la Chiesa cattolica ha insegnato per duemila anni. Sono i modernisti che, negli ultimi settant’anni, hanno cambiato quell’impostazione. Faccio un esempio concreto: quando io e la mia famiglia fummo gravemente colpiti dall’alluvione, alla domenica successiva, pur provati, riuscimmo ad andare alla Santa Messa al Castellaccio. Nell’omelia Don Gabriele D’Avino commentò in pochi secondi la catastrofe, giusto per ricordarci che certi eventi discendono dal peccato originale. Poi si dedicò totalmente alla catechesi del vangelo di quel giorno. Fu un conforto immenso e commovente il richiamo del nostro sacerdote a curare quanto avevamo di più prezioso: non la casa infangata ma la nostra anima. Questo mentre nelle parrocchie forlivesi era tutto un berciare sui “chi burdel de paciug”».
Sul mio richiamo a San Francesco?
«Giusto citare San Francesco, una figura, però, profondamente deformata dalla lettura modernista. Quando andò dal Sultano non vi si recò per dialogare, ma per convertirlo, dicendogli con chiarezza: «Credi in un falso dio, convertiti a Cristo». Il Sultano gli fece notare che avrebbe potuto ucciderlo, ma San Francesco era disposto anche al martirio, perché il vero amore per il prossimo consiste nel desiderarne la salvezza eterna. Questo è il significato autentico del Vangelo: amare il prossimo perché si salvi, non limitarsi a un dialogo interreligioso, fondato sul reciproco rispetto. Ve lo immaginate il Vescovo Corazza che, invece di fare le preghiere comuni con gli imam della moschea di Forlì sul sagrato di San Mercuriale, dicesse loro: «Convertitevi e credete nel Vangelo». Darebbe scandalo certo, eppure quello sarebbe il suo più grande atto di carità, perché significherebbe desiderarne sinceramente la salvezza, invece di lasciarli abbandonati nella loro desolazione di fede. Questa è la crisi profonda della chiesa che constatiamo e che ci ha spinto, per necessità, alle Consacrazioni».
Altri esempi, motivo del dissenso della Fraternità San Pio X?
«Vedere Papa Leone, il Vicario di Cristo, nell’aprile scorso pregare nella moschea, rivolto alla Mecca, è stato umiliante. Parimenti umiliante è stato assistere al Cardinale Fernández, quello che ha firmato le scomuniche, che, pochi giorni dopo, si faceva benedire dalla cosiddetta Arcivescovessa di Canterbury, Sarah Mullally, ricevuta con tutti gli onori in Vaticano: proprio lei che da anglicana è dichiaratamente eretica, scismatica e non è mai stata in comunione. Lei sì scomunicata! Ma ormai sono situazioni quotidiane, pendant ai bonghi, alle chitarre, ai balli e alle pagliacciate in chiesa, ai sacerdoti che in confessione non sanno più neppure distinguere cosa sia peccato».
Lei ritiene veramente che la Fraternità San Pio X sia lievito di salvezza e promozione della Chiesa? In quale direzione e prospettiva?
«Se settant’anni fa Monsignor Lefebvre non avesse sacrificato la propria vita per difendere la Tradizione cattolica, oggi la Messa tradizionale sarebbe probabilmente scomparsa, il Catechismo tradizionale sarebbe stato abbandonato e sarebbe rimasta soltanto la visione modernista della Chiesa, fatta di liturgie sempre più protestantizzate e sempre più lontane dalla Tradizione. La Fraternità San Pio X ha avuto il merito di mantenere viva quella Tradizione e di sollecitare continuamente la Chiesa alle proprie radici. I modernisti hanno impiegato quasi due secoli, dalla nascita della massoneria fino al Concilio Vaticano II, per affermare la loro visione. È irrealistico pensare che il ritorno alla Tradizione possa avvenire in pochi anni. Forse ci vorranno secoli. Oggi quasi tutti i sacerdoti, i vescovi e i cardinali sono stati formati nei seminari nati dopo il Concilio. Eppure, qualcosa si sta muovendo. Mi ha colpito, ad esempio, il decreto di un vescovo del Sud Italia che l’altro giorno ha raccomandato ai propri sacerdoti di celebrare la liturgia con il massimo rigore, preoccupato di non offrire motivo di critica dalla Fraternità San Pio X. Il nostro compito è questo: custodire la Tradizione, anche a costo della persecuzione e trasmetterla alle future generazioni. Del resto, seguire Cristo ha sempre significato accettare la sofferenza e la persecuzione. È ciò che la Fraternità vive da oltre cinquant’anni».
Della Fraternità San Pio X è nota la contrarietà all’omosessualità, alla “famiglia innaturale” e, cosa non da poco, è manifesto il suo spiccato antigiudaismo, ostile agli ebrei, pure recuperando nei loro confronti l’accusa di deicidio: condivide appieno queste posizioni?
«La Chiesa ha sempre insegnato che il cristiano deve amare il peccatore, ma odiare il peccato. Tutte le situazioni che lei ha richiamato sono, secondo la dottrina cattolica, situazioni di peccato mortale. Per questo il vero atto di carità non è tacere, ma indicare il peccato e invitare alla conversione, affinché la persona possa salvare la propria anima. Non farlo, come purtroppo oggi accade per conformarsi allo spirito del mondo, evitare polemiche o inseguire il consenso, significa rinunciare alla missione affidata da Cristo. È un vero e proprio atto di odio. La Chiesa non deve odiare ma amare. Non deve adattarsi al mondo, ma convertirlo. Lo stesso principio vale anche nei confronti degli ebrei. La carità cristiana consiste nel desiderare che anche loro riconoscano Cristo come Dio e la Chiesa ha il dovere di annunciare loro il Vangelo e invitarli alla conversione. Sul punto mi piace ricordare la vicenda di Israel Zolli — originariamente Israel Zoller — già rabbino capo di Roma, che si convertì al cattolicesimo nel febbraio 1945 insieme alla moglie. Dopo il battesimo assunse il nome di Eugenio Pio Zolli in omaggio a Papa Eugenio Pacelli, sia come riconoscenza per l’opera svolta dal Pontefice sia per l’esito di un lungo percorso di studio delle Scritture, culminato — secondo il suo racconto — in un’esperienza mistica durante lo Yom Kippur del 1944, quando ebbe la visione di Cristo».
Tempo fa, lei ha acquistato e recuperato dall’abbandono la Chiesa di Santa Maria Madre di Dio in località Massa Castello a Forlì, destinandola all’uso della Fraternità San Pio X, sia per gli incontri della comunità sia per le celebrazioni secondo la tradizione tridentina: ancora convinto di aver operato e operare per il bene e l’unità della Chiesa locale e universale?
«La Diocesi con Mons. Zarri aveva venduto una chiesa ancora consacrata, con tre altari contenenti le reliquie dei santi e dei martiri, lasciandola per anni alla profanazione. La decisione maturò definitivamente quando il vescovo Corazza impedì la celebrazione della Messa tridentina del 1° gennaio 2020. In quel momento decidemmo con fermezza che non potevamo dipendere dalla volontà di chi, da un giorno all’altro, avrebbe potuto impedirci di celebrare la Messa, i sacramenti e il catechismo. Paradossalmente, proprio quel rifiuto ha reso possibile l’esistenza del Castellaccio. Se quella Messa fosse stata autorizzata, la chiesa sarebbe stata venduta poche settimane dopo e oggi sarebbe un deposito agricolo. Invece, proprio tramite l’atto di ostilità di Mons. Corazza, la Provvidenza ha voluto diversamente».
… e da allora?
«Da allora, centinaia, anzi migliaia di fedeli sono passati dal Castellaccio. Vi sono state celebrate centinaia di Sante Messe, battesimi, comunioni e funerali. Un luogo destinato dalla diocesi modernista all’abbandono è tornato ad essere un luogo consacrato di culto. Ed è proprio questa la differenza, oggi visibile a tutti, tra il modo di operare della Chiesa diocesana ufficiale e quello della Fraternità San Pio X. Là, nella piccola chiesa di campagna, si conserva la vera fede; nelle grandi cattedrali cittadine vedo, invece, sempre più spesso farisei e mercanti del tempio».
Lei è adesso esponente di rilievo, a livello locale e nazionale, di Futuro Nazionale, il nuovo partito del generale Roberto Vannacci, al quale è approdato dopo militanze non fortunate in formazioni della destra italiana: c’è una rispondenza maggiore tra l’appartenenza a Futuro Nazionale e quella alla Fraternità San Pio X?
«Io credo che non si possa essere di destra senza essere autenticamente cattolici. E che non si può essere autenticamente cattolici senza essere di destra. A Écône, alle Consacrazioni, insieme a me, era presente anche il prof. Lorenzo Gasperini, ideologo di Futuro Nazionale e Roberto Vannacci, oltre che responsabile della scrittura del programma dello stesso partito. Mi ha dato grande conforto e per la prima volta in un partito non mi sono sentito più solo. Non c’è bisogno di dire altro. Tuttavia, è evidente che politica e fede sono piani distinti, ma i principi che guidano l’una non possono essere in contrasto con quelli che guidano l’altra. Nella mia attività politica ho sempre seguito i miei principi, anche quando questo ha significato pagare un prezzo in termini di consenso o di carriera. In Fratelli d’Italia lo scontro più duro nacque proprio dalle mie critiche pubbliche, come segretario provinciale, nel 2019 al Vescovo Corazza ed anche alle scandalose celebrazioni liturgiche che avvenivano a San Mercuriale. Nel partito venni contestato, ironicamente da esponenti della massoneria, perché non bisognava scontentare il cosiddetto voto cattolico, “tanto preziosamente utile”. In quel momento compresi che quella non era più la mia casa politica e me ne andai pochi mesi dopo, ancora da membro dell’Assemblea Nazionale, carica elettiva che potrei tuttora ricoprire, visto che non hanno più celebrato alcun congresso».
… e dopo la delusione con Fratelli d’Italia
«Da allora mi sono dedicato alle battaglie civili e giudiziarie a difesa della comunità della destra e della fede cattolica, come il processo contro Mons. Castellucci per la mostra blasfema di Carpi o quello per la profanazione dell’ostia consacrata e del miracolo eucaristico, avvenuto a Savarna nel Ravennate: processo, quest’ultimo, nato da un esposto contro Mons. Ghizzoni. È stato un percorso perfettamente coerente. Oggi in Futuro Nazionale ritrovo quello spazio di libertà che cercavo. È un partito nel quale un cattolico può esserlo fino in fondo, perché è un partito di destra autentica. Non abbiamo bisogno di esibire lo scudo crociato come simbolo: la Croce è già impressa nei nostri cuori».
Franco D’Emilio